• Aldostefano Marino

La caduta, Albert Camus

Albert Camus, l'autore della Caduta e dei ben più noti Lo straniero (1942) e La peste (1947), nacque a Mondovi, in Algeria, nel 1913, in una famiglia di coloni francesi.


Il suo ingresso nell'intellighenzia francese tuttavia non fu immediato. Di origini molto umili, sua madre non era in grado di leggere né di scrivere; suo padre, invece, un fornitore di uva locale, morì nel 1914 – subito dopo la nascita di Albert – perdendo la vita nella battaglia di Marna.


È a quel punto che, accompagnando la madre e la nonna materna, Albert si trasferirà ad Algeri, dove compirà gli studi scolastici, e dove saprà dimostrare fin da subito la sua predisposizione per gli studi. Un certo qual merito per questo amore per la cultura va riconosciuto al suo professore, Jean Grenier – che ammirato dalla sua unicità, lo spronerà a far richiesta di una borsa di studi. Da quel momento, Camus non smetterà mai di prestare ascolto al fidato Grenier. Sempre grazie a lui, infatti, sarà iniziato all'arte della scrittura.

Tutto ciò che Camus divenne, accadde grazie alla lettura del Dolore di André de Richaud, opera cruciale per il futuro scrittore-poeta, che gli fu suggerita proprio da Jean Grenier.


Ma all'età di diciassette anni Albert si ammala di tubercolosi. Allora non è che un ragazzino con ancora tanto da imparare e la malattia si prefigura come un arresto forzato.


Per Albert, il 1930 è un anno molto duro, perché segna nella sua vita dei limiti invalicabili. Se infatti l'idea di Camus è quella di diventare un calciatore, questa possibilità gli viene impedita immediatamente. Insieme a essa, egli deve precludersi l'arte teatrale – che tanto amava; e inoltre, non riesce, seppur impegnandosi duramente, a superare l'esame per la cattedra di Filosofia all'università.


In quale modo, allora, Camus avrebbe potuto rimescolare le carte? Occuparsi del mondo, esercitare il proprio ruolo concreto nel posto che egli si sente gli abbiano riservato?


Quando Camus comincia a chiederselo ha da poco aderito al Partito antifascista; scrive per alcuni giornali locali, come Sud, e le sue idee vanno formandosi a una velocità sempre maggiore, alimentate solo da un desiderio di libertà.


Da quel Partito Comunista, tuttavia, tra il 1935 e il 1938, ne sarà espulso per le sue idee e poiché accusato di eresia politica. Ma la verità scomoda a tutto il partito è che Camus non è tanto interessato alle politiche comuniste, né ai principi esposti da Marx e dal marxismo; piuttosto, è sempre teso verso l'aiuto dei più deboli, verso la creazione di un’unità e di un’alleanza degli esseri umani e dei popoli. E questi concetti gli sembrano del tutto assenti e lontani dagli interessi a cui la politica del Partito mira.


Nel 1940, dall'Algeria, Albert Camus arriva a Parigi, dove comincia a lavorare come segretario di redazione al Paris-Soir.


Durante gli anni dell'occupazione nazista, ancora Camus cerca di dimostrare il proprio supporto ai più deboli della società. È così che decide di dare aiuto in prima linea, ed entra a far parte della Resistenza. In particolare, egli si occupa del giornale clandestino Combat, a cui nello stesso momento collabora l'autore della Nausea, Jean-Paul Sartre, come inviato negli Stati Uniti.


Se tra i due sembra profilarsi un'amicizia lunga e solida, in realtà i due autori-filosofi entreranno in conflitto proprio per le loro idee sul comunismo e sulla teoria marxista. Gli anni al Paris-Soir sono anche quelli della collaborazione con Pascal Pia e contemporaneamente rappresentano gli anni più duri dell'occupazione fascista. A essa – ma più in generale a tutti i totalitarismi – Camus si opporrà con tutto se stesso, senza mai mettere freno all'esposizione dei propri pensieri.


Quando la guerra poi finirà, Camus non interromperà la lotta, e anzi insisterà, non piegandosi mai davanti a nessuna ideologia che comprometta la dignità dell'essere umano. Tanto che sarà uno di quei pochissimi che avrà il coraggio di criticare apertamente una repressione di scioperanti a opera dei Soviet nella Berlino Est, in difesa della rivolta.


La rivolta, per Camus, è l'unica chiave contro l'assurdità della vita umana. Ma in ogni caso è l'assurdo a scuoterci, a dare il via a quel ripensamento di tutto.


Tutti gli uomini e le donne, nati e nate in questo globo terrestre si trovano a vivere in un principio di assurdità. Quest'assurdità per Camus è data dalla vicinanza costante che la vita dell'uomo ha con la morte. Ma l'uomo non dovrà lasciarsi condurre verso una rassegnazione totale per la condizione in cui vive; piuttosto, l'assurdità dovrà spingerlo a una rivolta, la sola possibile, affinché possa liberarsi dalle catene che la società in cui vive gli ha imposto.


È la stessa scelta che in qualche modo compie pure Clamence della Caduta, il protagonista del lungo monologo a tu per tu con se stesso.

Clamence, avvocato di grande successo – per cui non esistono casi assegnatogli che perda – abbandona la città di Parigi e si trasferisce ad Amsterdam dove esercita la professione di giudice-penitente. Clamence è un uomo davanti al quale fascino nessuno può resistere; parlando ostenta conoscenza, preparazione e cura nelle parole che sceglie di usare. È un uomo perfetto, con un occhio sempre attento verso gli altri; buono e caritatevole noi confronti di tutti.


Durante una delle sue passeggiate serali, rientrando a casa, una risata e una caduta nelle acque della Senna, portano Clamence a interrogarsi. Solo in quel momento, l'assurdo irrompe nella sua vita e investe qualsiasi convinzione, come farebbe un'onda anomala.


Chi è stato Clamence fino a quel giorno? È stato quello che ha compiuto i gesti di bontà e altruismo, quell'animo sempre attento al prossimo, oppure colui che si nascondeva negli intenti delle proprie azioni? È il pensiero per gli altri che ci spinge verso di loro, o è quello per noi stessi che ci porta ad aiutare gli altri?


Quelle azioni non sono forse un vero e proprio atto di egoismo? Un tentativo ulteriore di farsi del bene? Di portare l'acqua al proprio mulino? Da quella risata inspiegabile, e da quell'aiuto negato, Clamence scopre di aver vissuto sotto l'inganno un'intera vita. Solo allora comprende che anche il proprio bene origina dal proprio egoismo, dall'ambizione di ricevere il bene da parte di coloro a cui il bene lo si fa. Da un ideale, dunque, di perseguire gli scopi altruistici solo per un inconsapevole appagamento personale.


L'essere umano diviene quindi un fallito. Uno che non può nulla. Perché se l'assurdo lo ispira alla ribellione, la ribellione non avviene, poiché l'essere umano è il trionfo dell'egoismo.


È così che per il giudice-penitente comincia un percorso filosofico, una meditazione attorno a ciò che è bene e ciò che male. Neanche gli amori, l'amicizia, la famiglia, si ergono a essere vie di scampo per l'essere umano: è come se, di fatto, tutto ciò che lo circonda altro non è che menzogna e fatuità. Perché ogni cosa che fa, ogni cosa che l'uomo percepisce attorno a sé, è semplicemente un qualcosa realizzato appositamente per se stesso.


L'essere umano, così come Clamence, non ha alcuna possibilità di esser giudicato positivamente. Egli è e sarà sempre un essere spregevole ed egoista, convinto però di agire per il buono. Un essere che tenterà di stabilire sempre gerarchie di potere, che non soccorrerà mai la povertà poiché essa determina la ricchezza. E la vita non è né di più né di meno di un tribunale, dove i giudici peccano insieme ai giudicati, e dove perciò non esiste salvezza.


È una filosofia abbastanza pessimistica quella espressa da Camus all'interno della Caduta; ben distante dall'esistenzialismo più positivo dei precedenti Lo straniero e La peste. È un tentativo complesso di narrare in che modo la corruzione stia dentro tutti e tutte noi. Perché se dal mondo si esclude la morale, se il giudice dimette il proprio ruolo di giudice, cade anche la distinzione tra giusto e sbagliato. E allora giudicare non significa più niente, se preclude la possibilità di conoscere – e comprendere. Ma quel giudicare è invero il vizio più frequente in cui incappano gli uomini.


Il Clamence di Camus da avvocato di successo, diviene un giudice-penitente, ovverosia un giudice che giudica se stesso prima di giudicare gli altri. Il ruolo che Clamence è chiamato a ricoprire tra i penitenti di quel bar, in fondo, è quello di esporre le proprie colpe a chi vuole dichiarare le proprie: e se gli uomini non possono essere uniti nel bene, forse, almeno potranno esserlo nel male.


La caduta diviene per Camus un'escamotage per tirare in ballo tutti i propri temi cari. Poiché la riflessione che Clamence conduce non ha limiti, e si sa dove origina ma non quante e quali strade è in grado di prendere.

Con una penna precisa, in un un monologo costruito con una precisa attrazione verso il basso, Camus utilizza La caduta per riflettere sui temi fondamentali della propria filosofia: l'esistenza, la verità, l'amore, l'altruismo, l'egoismo dell'uomo, le sue ipocrisie... In un continuo girovagare per stradine e ponticelli olandesi, in un sovrapporsi concitato di ricordi, emozioni e pensieri, la fine tarda ad arrivare per il lettore che pensa di aver compreso tutto, ma che, invece, quando arriva all'ultimo rigo, non è poi così certo di aver capito abbastanza.