• Aldostefano Marino

La malora, Beppe Fenoglio

Se c'è un nome che subito salta in mente volgendo i pensieri alla Resistenza italiana, be', di sicuro, almeno per me, è quello di Beppe Fenoglio. Tuttavia, potrebbe risultare riduttivo riconoscere tutta l'opera di Fenoglio sotto il calderone della produzione letteraria sulla Resistenza, poiché non tutte le sue opere di Resistenza parlano, o almeno, non espressamente.


Perché anche quando l'intento pare essere lontano da una volontà di narrare i partigiani, la resistenza, intesa come forza di opposizione, si insinua tra le trame delle storie fenogliane.


È come se, per Fenoglio, la resistenza fosse come un lato caratteriale proprio di ogni essere umano; una vocazione verso cui si tende. All'uomo, alla sua natura fragile e precaria, la resistenza è l'unica arma che viene fornita contro la malora della vita. Contro il troppo lavoro, contro i maltrattamenti e le condizioni di vita non adeguate.


Nella Malora, per esempio, romanzo pubblicato nel 1954 dalla casa editrice torinese Einaudi, all'interno della fortunata collana dei Gettoni diretta da Elio Vittorini, l'intento intimo non è quello di raccontare i partigiani, né tantomeno la Resistenza. Tuttavia, sempre di resistere, anche in questo caso, si racconta.


Qui non c'è la guerra. O per meglio dire, non c'è la guerra che un lettore si aspetterebbe dopo aver letto la Questione privata. Poiché la guerra narrata tra le pagine della Malora è un conflitto esistenziale, una lotta di resistenza (o resilienza, diremmo oggi per darci un tono!) al sudore, alla fatica e al dolore, compiuta dai poveri, a cui partecipano anche i ricchi, i benestanti delle città del Piemonte. È una lotta più silenziosa, ma che non per questo, conta meno vittime.


La pubblicazione della Malora seguì di due anni quella dell'esordio di Fenoglio: I ventitré giorni nella città di Alba, dove gli intenti letterari di Fenoglio lo incoronarono come il narratore della Resistenza. Sarebbe stato anche lecito, dunque, che un lettore o una lettrice, si aspettasse da Fenoglio un romanzo sulla lotta partigiana, lotta a cui F. ha partecipato in prima linea, quando nel gennaio del 1944, si unì alle prime formazioni partigiane. Ma se si considera che già nei Ventitré giorni, la metà dei racconti è dedicata alla vita contadina nelle Langhe, la povertà di cui Fenoglio si fa narratore non dovrebbe nemmeno stupirci.


Il protagonista è Agostino Braida, un povero per nascita che decide di resistere al male toccato in sorta alla propria famiglia. Non a caso, La malora, tramite un attacco memorabile, esordisce proprio dalla triste sorte che getta l'intera famiglia nel baratro, anche quando nessuno pensava si potesse andare più a fondo di così.

Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra. Era mancato nella notte di giovedì l'altro e lo seppellimmo domenica, tra le due messe. Fenoglio B., La malora, Einaudi, Torino 2014 (p. 3)

È quando suo padre si sottrae alla vita che Agostino ricorda a brani episodi che precedono quel tragico evento, unitamente a stralci di vita trascorsi al Pavaglione, dove trova lavoro come servitore presso la famiglia Rabino, mezzadri di un ricco farmacista della città di Alba.


È nel momento in cui avviene la separazione che comincia la resistenza del povero Agostino: la resistenza della nostalgia, una resistenza spietata per non opporsi a quel destino di povertà a cui la famiglia di Agostino è obbligata. Perché nelle langhe, la gerarchia sociale è accettata quasi con fatalismo: nessuno vorrebbe nemmeno riscattarsi da quella condizione, tutti subiscono il proprio destino senza alcuna possibilità di sottrarsi.


Insieme al protagonista, le langhe occupano uno spazio di rilievo. Se le memorie che coinvolgono Agostino sono il filo conduttore di questo breve romanzo fenogliano, i paesaggi brulli e sterminati, il lavoro e la fatica, la fame e la miseria, diventano il vero fulcro narrativo della storia.


La vita nel Pavaglione, ambita e attesa da Agostino come una speranza di libertà, in realtà non differisce tanto da quella che abbandona nelle alte langhe. Anche gli stessi figli di Tobia Rabino sono sottoposti alla stessa condanna di Agostino: seppure appartengano a una famiglia ben più ricca dei Braida, neanche loro sfuggano alla dura realtà della vita quotidiana. Una vita il cui tratto peculiare è la malora, e a cui nemmeno le donne si sottraggono: costrette a portare avanti i lavori domestici, ad accudire i figli, a farsi carico delle preoccupazioni dell'intera famiglia. Incapaci di salvarsi, anche loro, fino a quando la morte diventa l'unico scampo da una vita di ingiustizie. Le donne sempre alla mercé dei desideri dei propri mariti, sempre timorose di esprimere un disaccordo, ciononostante, nel silenzio, le più consapevoli di un destino a cui mai tentano di sottrarsi.


Non c'è speranza, né giustizia, poiché l'unica via di fuga è accettare la propria condizione. E solo di rado, ai personaggi della Malora si aprono strade e vedute speranzose.


È il caso di un giovane servitore, Mario Bernasca, che tenta di convincere Agostino a scappare, a cambiare vita e cercare successo altrove. Ma Agostino sa che non vale neanche l'ingegno del programma di una fuga, perché anche dov'è giunto speranzoso di incontrare miglior vita, non ha trovato che miseria.


Agostino non ha nessun'altra ambizione che portare in salvo le sorti della sua famiglia: la madre vedova lontana, il fratello Emilio costretto a seguire il cammino del sacerdozio, che mangia meno che prima della partenza; poi Stefano, che ha fatto l'addestramento militare e che è stato congedato dopo neanche due anni di servizio.

Lo congedarono dopo ventun mesi, s'era fatto più massiccio e più superbo, gli ci volle un mese buono per riabituarsi al lavoro e ripigliarlo, adesso andar tutte le sere all'osteria e tante notti rientra ubriaco del vino che gli offrivano in paga del suo raccontare. Con noialtri fratelli sembrava che crepasse a parlare un po' del mare e di quei posti che aveva visto, ma all'osteria il mazzo ce l'aveva sempre lui e parlava solo sempre di donne forestiere che faceva schifo. Fenoglio B., La malora, Einaudi, Torino 2014 (p. 7)

La speranza, per i poveri delle langhe, però, diventa sempre una maledizione. A nulla occorre sperare in un cambio di rotta, in un futuro più luminoso. Se sei nato in un modo, morirai in quel modo – o in un modo peggiore ancora: ma non sperare di avere futuro migliore.


Per Fenoglio, tanto nella Malora, quanto nella Questione privata, l'unica via d'uscita diviene allora l'amore. Non solo quell'amore che intervalla la fatica di Agostino tra un incontro e l'altro con la sua famiglia, ma anche quello che gli risveglia l'arrivo di una nuova servente, giunta in aiuto della padrona, ormai esausta, che per anni ha taciuto le proprie pene e la stanchezza davanti al marito, il cui unico credo è il denaro.


È così che nelle ultime venti pagine di un romanzo che ne conta al massimo tre volte tante, per Agostino sembra palesarsi una possibilità, una ricompensa al suo resistere. Eppure, anche quella, come tutte le altre, non è che una speranza destinata a infrangersi. Ma è l'amore, come quello del partigiano Milton, l'unico modo per rendere meno dura la pena, o quantomeno più sopportabile. L'unica questione privata in grado di alleggerire la crudeltà della guerra, del dolore: lo stesso amore, per la sua famiglia, che ha spinto Agostino verso il lavoro di servitore, una condizione a lui imposta ma a cui mai si sarebbe sottratto.


Tutta la durezza e la crudezza della fame, i paesaggi brulli e poveri delle alte langhe, allora, incontrano la delicatezza dell'amore. Una delicatezza tangibile, perché in mezzo a tutto quel dolore, come dice il padre di Agostino, vivere male servirà a ringraziare di non vivere peggio. La sofferenza è una condizione indispensabile alla vita di quelle persone, e l'unica cosa che si può fare, in fondo, è resisterle, come il giovane Milton individua nella sua sopravvivenza alla guerra, l'amore e l'attesa di Fulvia.


La malora si erge a documento storico, nella narrazione dei dettagli, della miseria, di un'agonia a cui sempre dobbiamo sottoporci. Dei modi di dire, del gergo dei pimontesi, della tempra di un popolo che ha sofferto il proprio dolore nel silenzio. Non è solo il resoconto di un modo di vivere che altrove ancora esiste, e in particolare quello delle langhe del primo Novecento, ma è persino un romanzo sulla capacità di resistere. Per questo La malora è un testo sempre attuale, perché l'amore fenogliano, sempre è un'arma contro il destino a cui siamo tutti e tutte condannati. Un'arma dunque, da procurarsi, per camuffare e sopravvivere alla malora della vita quotidiana.