• Aldostefano Marino

Le parole, Jean Paul Sartre

Nel 1964, per i tipi delle edizioni Gallimard, venne pubblicata l'autobiografia di Jean-Paul Sartre. Potrebbe essere più consono definire Le parole come un'autobiografia di Poulou, per assecondare ancora una volta la volontà di un nonno che per il piccolo Sartre si eresse a figura di padre.


Le parole, infatti, non si fa carico tanto di narrare l'intera vita dello scrittore-filosofo, quanto i suoi esordi. Il temp narrato copre l'infanzia di Sartre dai quattro agli undici anni; suddiviso in due parti, Leggere e Scrivere, l'esordio esplode quando Sartre non è ancora neanche immaginato.


Potremmo spingerci ancora oltre, definendo quest'autobiografia come il racconto degli anni fondamentali per la formazione dello scrittore. E infatti, tra le schiere di critici che si sono interessati al suo lavoro, c'è chi ritrova una suddivisione in più atti, rispetto ai macro-capitoli del testo. Una suddivisione che intende ricostruire le origini di Sartre, sì, e nel frattempo che ordina, in un succedersi concatenato di eventi, la formazione intellettuale e l'orientamento delle idee dello scrittore.


Il primo titolo a cui pensò Sartre era Jean sans terre (Giovani senza terra). Sarebbe stato un titolo evocativo, di sicuro, e avrebbe fatto leva su quel gioco di parole che tanto affascinava l'artista.


È di parole, soprattutto, che si alimentò l'infanzia di Sartre. E poi il resto della sua esistenza. Nato il 21 giugno del 1905 nella città di Parigi, Jean-Paul era stato concepito dall'unione di un militare di famiglia cattolica e di una madre di una famiglia di intellettuali e professori. Il cognome della madre, Schweitzer, avrebbe provveduto a orientare l'educazione del figlio.


Infatti, Anne-Marie Schweitzer era nipote di Albert Schweitzer, celebre missionario e attivista protestante.

Tuttavia, a causa della febbre gialla, il padre li abbandonò quando Jean-Paul non aveva che quindici mesi. Fu allora il nonno a occuparsi dell'educazione del ragazzo, quando Anne-Marie e suo figlio si trasferirono da loro.

Le veglie e le preoccupazioni sfinirono Anne-Marie, le andò via il latte, mi misero a balia non lontano da lì, e anch'io mi applicai a morire: di enterite, e forse, di risentimento. Sartre J.P., Le parole, Il saggiatore, Milano 2020 (p. 16)

«Divezzato a forza a nove mesi», quello fu il momento in cui Sartre riconosce di aver spezzato il profondo legame con sua madre. Senza alcuna ricchezza né competenza, Anne-Marie e suo figlio tornarono quindi a vivere dai nonni Schweitzer. Lì, la madre di Jean-Paul, sormontata dai sensi di colpa e dalla volontà di comportarsi correttamente, «si prodigò senza risparmio». All'occorrenza diventò insegnante, cameriera, dama di compagnia e infermiera, ma ella non riuscì a riconquistare né la bontà né tantomeno la fiducia e la stima dei propri genitori.


Chiare furono le accuse rivolte dagli Schweitzer che «la sospettavano di voler dettare legge in casa». Parallelamente, Anne-Marie venne costretta a una seconda infanzia.

Non le negavano il denaro per le piccole spese: ci si dimenticava di darglielo; ella consumò il suo guardaroba fino alla trama, senza che mio nonno pensasse a rinnovarglielo. Si tollerava appena che ella uscisse da sola. Quando le sue vecchie amiche, sposate per lo più, l'invitavano a cena, era necessario sollecitare il permesso molto tempo prima e promettere che la si sarebbe riaccompagnata a casa prima delle dieci. Sarte J.P., Le parole, Il saggiatore, Milano 2020 (p. 17)

Così Jean-Paul, sempre chiamato Poulou, venne invitato alla consumazione di un'infanzia piccolo-borghese. Un'infanzia fatta di regole, e di un'educazione eretta soprattutto su enunciazioni predisposte, al limite dell'aforisma. Orientata su ideali inconsistenti, che si reggevano in piedi solo nel conformismo di coloro che li avevano enunciati.


Fu così che il piccolo Poulou, lontano e poco interessato ai giochi, si dedicò da subito a un'amore smisurato per la lettura. La sua prima accademia fu la biblioteca del nonno, sempre sorvegliata, i quali libri che sormontavano gli scaffali erano ritenuti di certo più dotti e utili rispetto a quelli che si potevano scovare tra le robe di sua nonna. Eppure fu nei romanzi, nelle narrazioni d'invenzione che l'infante Sartre orientava il proprio interesse.

Al contempo si faceva attore di una recita che gli permetteva di raggiungere ciò che egli voleva: l'indipendenza e il riconoscimento da parte di tutta la famiglia.

Non conosco nulla che mi diverta quanto il recitare la parte del bravo bambino. Non piango mai, non rido affatto, non faccio rumore; a quattro anni mi sorpresero a mettere sale nella marmellata: per amore della scienza, immagino, più che per malizia; comunque è il solo misfatto di cui mi ricordi. Sartre J.P., Le parole, Il saggiatore, Milano 2020 (p. 23)

Il giovane Jean-Paul Sartre delle Parole era un bambino viziato e coccolato dai suoi nonni. Tutto ciò che faceva veniva celebrato con fare cerimonioso: anche un pasto, il sonno e il riposo di Poulou venivano esaltati come quelli di un prodigio.


Poulou interpretò durante tutta la sua infanzia una «commedia per adulti»: come un bambino che, per alimentare la grazia che gli viene concessa, decide di atteggiarsi in un determinato modo, allo scopo di render loro felici e di raggiungere i propri scopi. Anche a causa di questa loro predisposizione all'esaltazione del fanciullo, Sartre saprà sempre riconoscere in sé uno spiccato narcisismo. E insieme, in quell'asocialità, in quel rifiuto del gioco, c'è invece chi saprà leggere la sindrome di Asperger.


Fin da piccolo, Sartre soffriva di strabismo: già all'età di tre anni, persa la vista da un occhio, tagliati i riccioli biondi con cui l'avrebbe voluto far crescere sua madre, divenne conscio della propria bruttezza. Numerose volte cambiò scuola e insegnanti, sempre per sottostare a quella volontà del nonno di renderlo un prodigio. Eppure, quando il vecchio Charles avrebbe scoperto che il piccolo Poulou amava i romanzi, e che ne avrebbe scritto, avrebbe finito per metterlo in guardia. Persino si adirò quando scoprì di quell'interesse di Jean-Paul per i romanzi, per Madame Bovary, per una certa letteratura che avrebbe definito «da donne». Ma per Poulou, già allora, non c'era alcuna consistenza nella realtà e la fantasia era l'unico modo per indagare il reale.


Jean-Paul Sartre, giunto ormai al traguardo di mezza età, decide di tirare le somme e dà il via alla scrittura delle Parole.


Un'autobiografia, sì, composta di parole e sulle parole, ma che lascia aperti spiragli e feritoie, dove le parole perdono il loro significato, e lo ritrovano solamente in quella condizione primordiale della propria esistenza. Che cosa significa crescere orfano di padre e individuare nella propria madre l'incarnazione di una sorella mancata? Significa forse trovare il modo di trovare autonomamente i propri significati, i riferimenti, gli ideali da caldeggiare.

Sartre, nelle Parole ci racconta le sue prime passioni letterarie, i primi personaggi di riferimento.


L'esistenza dei suoi coetanei, i loro drammi, i giochi e le delusioni, trovano sostanza solo tra le pagine dei libri. Per il piccolo Poulou, la realtà non diviene che la faccia di una medaglia dove l'altro lato è la fantasia. Realtà e fantasia divengono la stessa cosa, e la parola diviene l'unico modo per sconfiggere la morte, per oltrepassarla. Ma è la parola l'unica arma per poter definire la realtà, essa le dà significato e in essa si esaurisce. Poiché la realtà non è molto distante da ciò che l'uomo decide che sia.


Solo tramite la parola lo scrittore diviene immortale, e lascia ai posteri la capacità di analizzarsi e ritrovarsi. Sartre è affascinato dall'individualità: ogni individuo capisce ciò che vuol capire, e mai la verità viene data una volta per tutte: in questo l'uomo è libero e contemporaneamente non lo è. Così non c'è alcun male in quel Poulou che non capisce niente delle sue prime letture, perché solo dentro di sé, quelle parole, prendono forma e danno vita ad altri significati: quelli per cui è importante leggere.


Le parole diviene un testamento letterario e un esercizio di auto-riconoscimento. Uno specchio che riflette l'immagine del passato e che permette a Sartre di comprendere se ha saputo mantenere fede a quell'impegno di vivere al servizio delle parole.


Non sono dunque le parole a essere al servizio del narratore, bensì il contrario. È il narratore che tramite le parole riesce a guardarsi dentro, a comprendere se stesso e ad analizzare il proprio passato. Che, poi, è un po' il senso del Roquentin della Nausea, che scrive una tesi di laurea su un personaggio mai esistito, mettendoci dentro se stesso e le proprie inquietudini.


In quello stesso anno in cui Le parole vennero pubblicate, Sartre rifiutò il Premio Nobel. L'unica ragione per cui si fece carico di quella decisione era l'intenzione di poter continuare a essere libero; di non legarsi ad alcuna istituzione al di fuori dei propri pensieri e delle proprie idee. Nonostante libero non lo sarebbe stato mai.

Prima di quel Nobel rifiutò la Legion d'onore, la Cattedra al Collegio di Francia.


Sartre è stato uno scrittore che credeva profondamente al potere delle parole e al ruolo degli intellettuali; ma ormai raggiunta un'età matura, egli rimette tutto in discussione, e allora si domanda: qual è il compito dello scrittore? Che cosa deve fare se non spiegare l'esistenza? Ma come può farlo, se l'unica realtà possibile è l'essere umano, a differenza di ciò che lo circonda? Quell'esistenza priva di spessore, alimentata dalla noia e dalla nausea, – sentimenti cari a Sartre – dove l'uomo si ritrova presto solo e smarrito, impossibilitato.


E Dio? Le religione? Che ruolo hanno nell'esistenza?

Per Sartre nessuno, se non quello di dare all'essere umano la possibilità di affidare a loro le responsabilità delle proprie azioni. Il famigerato destino di cui tanti hanno narrato. Tuttavia, l'uomo, negando l'esistenza di Dio può assumersi la responsabilità delle proprie azioni e del proprio destino. Eppure, nell'universo, egli nulla può davvero. L'uomo, per tutta la vita, non fa niente di diverso da ciò che il piccolo Poulou ha fatto: analizza la realtà nelle parole che gli vengono insegnate, e non sa che lui è l'unico a poterla governare.


L'uomo è libero, in questo senso: libero poiché è lui stesso a dare significato alle cose che lo circondano. Ma in quel suo essere libero, l'uomo diviene responsabile di tutto ciò che accade: anche le guerre, le tragedie, non sono altro che un frutto di ciò che l'uomo ha voluto. Tuttavia, in quella libertà, l'uomo non può dirsi realmente libero, poiché non ha deciso lui di essere gettato nel mondo e di farsi burattinaio della propria esistenza. E questa, poi, non è altro che la storia di Roquentin, il protagonista della Nausea.


Che la filosofia di Sartre e di tutti gli esistenzialisti sia ancora in grado di dirci molto sulla nostra esistenza è praticamente inutile ribadirlo. E nel suo farsi ermetico e sempre incomprensibile una volta per tutte, dà azione al proprio pensiero: l'essere umano non capirà mai del tutto l'esistenza e il mondo che lo circonda.