• Aldostefano Marino

Truman Capote, George Plimpton

Adorato, amato, ma soprattutto odiatissimo: ecco la storia di un eccentrico Truman che ha saputo impersonare il messaggio più intimo alla sua produzione letteraria.



Truman Capote fotografato da Henri Cartier Bresson Ⓒ


Nessun uomo, nessuna donna, può essere letto in base a ciò che sembra. Eppure, quell'apparenza e l'immagine che si ambisce a voler dare di sé dicono molto di più del soggetto in questione.


In fin dei conti, la realtà dei fatti è che la verità è indefinibile una volta per tutte. Non esiste una verità, o almeno: non ne esiste una sola. Tutto dipende sempre e solo dal punto di vista da cui si osservano le cose.


Per il New Yorker, Truman, per esempio, non era altro che un garzone, un tizio stralunato che si aggirava tra i corridoi redazionali; ma sotto l'apparenza delle cose, anni dopo, dietro la sua scrivania avrebbero ritrovato tutti quei pezzi, da lui scartati, senza il consenso del proprio ruolo, ovvero quello, appunto, di un semplicissimo fattorino di una delle più celebri testate letterarie americane.


Il suo intento – di raccontare le contraddizioni e l'aspetto che assumono le cose e le persone talvolta e spesso lontano dalla realtà – era chiaro nel personaggio di Holly Golightly, la sfuggevole protagonista del celeberrimo Colazione da Tiffany – che a tutti appare come una svampita, sempre intenta ad alimentare le proprie effimere gioie e che infine si rivela essere vittima dei propri drammi.


Era chiaro, ancora, (a qualsiasi lettore e lettrice non può che esser stato così limpido) dietro gli intenti di raccontare la strage della famiglia Clutter – messa in atto da Richard Hickock e Perry Smith – attraverso il punto di vista dei carnefici e non invece da quello delle vittime.


Ma era ancora più chiaro ed evidente con il suo colpo di coda finale, il romanzo postumo Preghiere esaudite, il quale intento era a tutti gli effetti quello di portare luce tra i salotti, tra gli sfarzi e le feste del jet set, ritraendole, insomma, nella sfrontatezza delle loro esistenze. Divi e dive apparentemente ricchi e ispirazionali, ma in realtà gretti, poveri, non troppo distanti dalle persone normali che a quel mondo assistevano interessate, come spettatori e spettatrici, alla vita che anche loro avrebbero desiderato.


Anche la vita di Truman Capote è stato un eterno bluff, una vanteria infondata e perenne, ma per cui tutti facevano a spintoni per prendere parte.


Poiché le persone che gli stavano intorno, di Capote amavano proprio questo: il saper imbastire bugie perfette, e il mancato timore di essere scoperto. Bugie che spesso e volentieri non riguardavano la propria vita, ma quelle delle altre persone. Truman era così: partecipava a un pranzo a casa di persone ricche e dell'alta società e non faceva altro che raccontare i fatti che qualcun altro gli aveva confidato, per poi presenziare a cena a casa di quell'altro e raccontare i fatti del pranzo del giorno prima.


Tutti lo sapevano, nessuno ne era all'oscuro, eppure, la maggior parte delle persone che entrava in contatto con lui finiva per fidarsi e raccontargli i segreti più intimi, che avrebbero faticato a raccontare persino ai loro avvocati.


Amico intimo di Harper Lee, fu proprio la scrittrice del Buio oltre la siepe ad accompagnarlo a Holcomb, in Texas, laddove per sei anni avrebbe accompagnato gli assassini Hikcock e Smith fino al punto più estremo della loro vita: il patibolo.


Per sei anni avrebbe raccolto materiali, interviste, bauli e stanze di alberghi in giro per il mondo, avrebbe inviato due lettere a settimana a quei due delinquenti, arrivando finanche ad affezionarsi a loro – a Smith, in particolare – al punto che molti avrebbero raccontato che Truman avesse perso la testa per uno dei due omicida. E forse, questa, tra le infinite leggende che vengono continuamente imbastite sul conto di Truman Capote, è la più vera. Perché tutto ciò che Truman Capote ha composto mirava a spiegare la verità delle cose, a mostrare punti di vista che non si ha mai abitudine di tenere in considerazione.


Certo, sì, talvolta appare evidente che Truman si serva della finzione e la cali nella realtà con estrema libertà narrativa, ma quel lungo filo rosso che tiene insieme le opere di Capote e i giorni che ha vissuto non proviene che dallo stesso gomitolo, dalla stessa convinzione di voler raccontare quell'impossibilità che l'uomo incontra nel tentativo di cambiare, di essere migliore – se non come mera ambizione di una competizione sfrenata con i contemporanei del suo tempo. Ma in fondo, nessun uomo è quel che è senza il proprio passato, e allora anche i due assassini, il loro passato, diventano qualcosa da esplorare per comprendere la tragedia che li vide coinvolti in quel 15 novembre 1959.


Doveva essere vero, dunque, persino che Truman rivide in Perry Smith le proprie disgrazie. L'infanzia di solitudine, abbandonato dai suoi genitori, da una madre sempre intenta a viaggiare per il mondo, sempre avvezza a preoccuparsi d'altro rispetto al figlio; l'incomprensione dei suoi professori e la riulattanza dei suoi compagni. La caricatura di un padre che si era rivelato un pessimo genitore ed essere umano, ma che come lui ben sapeva in quale modo ottenere ciò che voleva. Perché così avveniva anche con Truman: nessuno – e dico nessuno – poteva dirgli di no, ma neanche di sì, se solo lui pensava che no fosse la risposta esatta.


Harper Lee fu sicuramente la sua amica più sincera in un mondo fatto di bugie, ma insieme a lei, nella vita di quell'autentico bugiardo, un po' superstizioso (che aveva un paio di occhiali a seconda della bugia che raccontava e temeva le suore nello stesso aereo in cui viaggava lui) infiniti furono i nomi celebri che vi fecero capolino.


Da Greta Garbo a Marylin Monroe, da Andy Warhol a Marella Agnelli, da Humphrey Bogart a Gore Vidal, passando per Jackie Kennedy, Penny Guggenheim, Willa Carter, Leo Lerman e tanti altri. Nessuno poteva perdersi un incontro con lui quando Truman annunciava di essere arrivato laddove era inatteso. Poiché Truman non era un tipo prevedibile, tanto che la delusione fu unanime quando con Preghiere esaudite si spinse a raccontare della vita fitzgeraldiana di tutte le persone che avevano partecipato alle sue feste.


Tra gli infiniti amori che Truman provò sicuramente merita menzione quello che nutriva per le feste e gli incontri mondani. Di Capote fu quella che venne ritenuta «la festa del secolo», il tanto discusso ballo in bianco e nero organizzato il 28 novembre 1966, nel più prestigioso tra gli hotel dell'America, il Plaza Hotel di New York.


Si poteva accedervi solo su invito, e gli inviti erano limitatissimi: molti, tra cui Warhol, non gradirono di non potervi portare nessuno, ma Truman era uno a cui non interessava niente dell'idea che le persone potevano farsi di lui, e anzi, forse, il suo divertimento più sfrenato, era proprio di alimentare quei chiacchiericci, dare a tutta quella gente materia di racconti e pettegolezzi.


Adorava avere il controllo di tutto, anche nella vita: proprio come nelle sue storie, e così, finiva per proibire a qualche uomo dell'alta società di portare la moglie alle sue feste, se questa in qualche modo gli risultava ostile o antipatica.


Diciamo insomma che non aveva alcuno scrupolo a rivelare a chi non gli andava a genio che le cose stavano così: non dimentichiamoci che Truman perse il primo incarico al New Yorker quando offese pubblicamente Robert Frost durante una conferenza, spacciandosi come un giornalista del New Yorker – benché non fosse altro che un fattorino.


Di sicuro, né al «ballo in bianco e nero», né alle feste che organizzò poi, mancarono le sue amiche predilette. Lui le chiamava «I cigni».

Le chiamava i suoi «cigni» per la loro bellezza, per l'eleganza, il fascino e, come si può immaginare, perché pareva fossero tutte dotate di un lungo collo: Babe Paley, Marella Agnelli, Gloria Vanderbilt, Gloria Guinnes, C.Z. Guest, Lee Radziwill, Slim Keith. Plimpton G., Truman Capote, Garzanti, Milano 2014 (p.140)

Capote, o Truman come tutti lo chiamavano, solo con il suo nome – era un esteta a tutti gli effetti e sotto tutti i punti di vista. Forse dovrei aver cura di chiamarlo sempre Capote, – a discapito di tutti quelli che lo hanno chiamato sempre e solo Truman – invece, dato che fu proprio lui a scegliersi quel cognome per sbeffeggiare in qualche modo il secondo compagno della madre, umilmente cercherò di onorare le sue volontà.


Capote è stato un uomo che amava circondarsi di belle donne, buone conoscenze e personalità di spicco: c'è un momento, dopo che l'èlite americana lo avrà esiliato per quei racconti di Preghiere esaudite, in cui Truman e Andy Warhol se ne vanno in giro per l'America, la gente li ferma per strada, li riconosce senza credere ai propri occhi: ecco, in quel momento, le compagnie di T. diventano più che mai qualcosa che gli permette di splendere; poiché per strada, quando la gente li ferma, quando non riconosce lui, riconosce l'altro. E quale migliore ambizione, se non questa, di farsi sempre guardare? Di essere sempre al centro della scena.


Liberamente omosessuale, frequentatore di bar e club gay di tutti i posti in cui finiva per caso, Truman ha sempre dato spettacolo di una personalità «effeminata», eccentrica, sopra le righe. E non solo non se ne preoccupava – data la sua precocità rispetto ai tempi – ma aveva a uso di darne sempre sfoggio, di utilizzarla quasi come un'arma.


Truman aveva una voce stridula, sempre rilevata da tutte le persone che nel tempo hanno avuto cura di tracciarne un ritratto, eppure, di quella voce fastidiosa, si finiva sempre per dimenticarsene non appena cominciava a raccontare qualche aneddoto i cui protagonisti non avrebbero mai assecondato la narrazione. Sciarpe lunghissime che strisciavano per terra, completi in velluto, costumi da bagno realizzati da Schiaparelli, occhiali di Dior, piume, glitter, brillantini e vestaglie rosa: ogni volta che si trovava davanti a qualcuno era come se si impegnasse in tutti i modi per sorprenderlo.


Amava gli animali, allevò un corvo – che scappò via mentre era fuori per lavoro –, due bulldog, un grosso gatto con cui si fece immortalare svariate volte. Amava gli animali forse in una maniera più sincera di quanto potesse amare gli esseri umani, tanto che chi per prima avvertì che se ne stava andando fu proprio la piccola dobermann di Joanne Carson – l'unica persona, forse, che non lo abbandonò mai per davvero.


Infine amò un uomo, lo scrittore e poeta con cui trascorse almeno trent'anni della propria vita: Jack Dunphy. L'uomo per cui organizzò una festa di trentacinquesimo all'interno delle grotte di Ercole, in Marocco.


Dopo di lui, abbandonato nel pieno del suo successo, Truman continuò ad amare e non smise mai di innamorarsi, ma nessun'altra volta fu come quella. Dietro Truman si nascondeva un'accentuata attrazione per gli uomini sposati, magari con figli e figlie al seguito: gli piaceva pensare che potesse distogliere chiunque dalle sue preoccupazioni per pensare a lui, e così, in effetti capitava spesso.


Agli albori della sua giovinezza si accompagnò a Newton Arvin, poi Jack Dunphy, con un tecnico di condizionatori, con il banchiere John O'Shean – la cui ex moglie e i figli detestavano lui, ma amavano Truman, «considerandolo uno zio».


Per tutta la vita, tuttavia, ciò che gli avevano sempre contestato era proprio quel gusto in materia di amanti: se in tutto e per tutto Truman amava gli eccessi, in quegli uomini – di cui spesso era considerato lo sfasciafamiglie – Truman cercava l'ordinarietà. Uomini normali, semplicissimi, né belli, né brutti ma necessariamente padri di famiglia – che dopo una vita si accorgevano di non poter vivere più senza Truman al loro fianco.


La biografia di George Plimpton, Truman Capote, diviene un punto di partenza per la conoscenza di Capote. Tra contraddizioni, descrizioni, documenti fedeli, e rancorosi dell'ultimo minuto, appare chiara ed evidente in tutta la sua forza la grandezza dell'autore Capote.


Non solo a ripercorrere le trame della sua vita e gli eccessi, i gusti particolari e le attitudini proprie di un mondo perfetto solo dall'esterno, ma anche guardando al suo modo di concepire la letteratura, l'arte, la scrittura; alla meticolosità e all'attenzione con cui scriveva le sue storie, all'iter a cui ogni manoscritto veniva sottoposto prima di potersi definire un libro. A quell'amore per la verità in un cosmo fatto di bugie. Alle parole delle persone che lo hanno amato, e a quelle di chi invece non ha saputo che invidiarlo, danneggiarlo e oltraggiarlo. Ma nonostante la cattiva fama, tra tutti i nomi, quello più celebre e immortale tra queste pagine, di sicuro, è quello di Truman Capote.


Truman Capote diede il proprio addio al mondo: abbandonato agli eccessi, alle dipendenze dell'alcool e delle droghe, alla malattia che se lo portò via, all'esilio compiuto da quella società che l'aveva amato e che aveva saputo incoronarlo come il capostipite – forse secondo solo a Francis Scott Fitzgerald – di un'intera epoca, quella del jet set degli anni Cinquanta.


Quella della bellezza sopra ogni cosa, dello sfarzo, delle conoscenze e delle frequentazioni elitarie: un mondo fatto di incontri e occasioni da non perdere, dove la conoscenza di Truman Capote, forse, tra tutte, era l'occasione più imperdibile.