• Aldostefano Marino

Caro Pier Paolo, Dacia Maraini

Nella moltitudine di pubblicazioni che affollano gli scaffali delle librerie, può capitare di non saper mai dove posare lo sguardo. Tante, troppe, sono le opere contemporanee che di settimana in settimana sono date alle stampe, ed è anche in virtù di questa considerazione che ormai da qualche anno io personalmente non leggo più pubblicazioni di autori o autrici dei nostri giorni. Piuttosto, ricerco i miei interessi nella letteratura consolidata, in quei libri che da anni e anni vengono ristampati e sono sopravvissuti persino alla scomparsa di chi li ha scritti.


E se nella mia ricerca ossessiva di richiami e rimandi, di libri che si citano tra loro, di autrici e personaggi tirati in ballo in altre pagine – che non sono quelle che hanno scritto personalmente – difficilmente mi capita di incappare in un libro che avrei anche potuto non leggere, talvolta mi sembra di escludere un intero mondo di autori e autrici che varrebbe la pena di leggere.


È questo il caso di Dacia Maraini, una delle poche ultimissime superstiti della società letteraria e culturale del Novecento Italiano.


Anche perché, seppure oggi Dacia Maraini pubblichi ancora – ragione per cui la sua letteratura può considerarsi contemporanea –, è ben chiaro a tutti che quel posto nella letteratura consolidata del Novecento, Dacia Maraini se l'è già conquistata di diritto. E non sarò certo io il primo a dirlo, o a scriverlo, né tantomeno sarò l'ultimo.


Ricordo ancora di un libriccino che una mia zia leggeva una sera di un tempo in cui io ancora non ero in grado di leggere: si trattava di Dolce per sé, in un'edizione piuttosto economica e «per niente all'altezza», mi metteva in guardia mia zia, «della grande voce di un'autrice che ha attraversato uno dei momenti più raffinati e comunitari della nostra cultura italiana», quello del Novecento. Ben più recente, invece, è stato il mio tentativo di appropriarmi almeno della prima pubblicazione di Dacia Maraini, La vacanza, un libro che era stato fortemente voluto da Alberto Moravia, storico compagno dell'autrice tra il 1962 e il 1978.


Figlia dell'orientalista Fosco Maraini e della pittrice Topazia Alliata, la famiglia Maraini trascorse due anni, alla stregua delle privazioni e della fame, in un campo di concentramento giapponese.


Esperienza che, in un certo qual modo, deve aver convinto Dacia Maraini di aver qualcosa da dire, da trasmettere a coloro che avrebbero letto i suoi scritti. A buon diritto, aggiungerei.


Sarà l'incontro con il pittore Lucio Pozzi, avvenuto nel 1959, a condurre una giovanissima Maraini ventitreenne alla scoperta di un mondo culturale in fermento. Prima invitata a far parte di un progetto ambizioso, una rivista letteraria fondata da Angela Giannitrapani e Marisa Di Iorio, Tempo di letteratura, e forse poi, da quelle riflessioni letterarie, iniziata alla scrittura.


La vacanza (1962), il suo primo libro, nasce dal tentativo di buttar giù un racconto, che a mano a mano però diviene un romanzo ambientato negli ultimi anni della Seconda grande guerra, e che trova ospitalità dall'editore Lerici: a patto che l'amico Alberto Moravia ne compilasse la prefazione. E se quella prefazione aiutò a vendere il libro a molti lettori e lettrici, per la critica la posizione fu piuttosto chiara: in sostanza non la presero sul serio, la etichettarono come una ragazzetta qualunque pubblicata solo grazie alle conoscenze delle sua famiglia, quella con Moravia, appunto, e non invece in virtù di quella sagacia, di quell'amore per la verità e la realtà delle cose, che rendevano (e rendono!) la sua opera meritevole di esser pubblicata, ristampata oggi, domani e nei prossimi anni a venire, amata e letta.


Comunque, che dalla critica fosse approvata o meno, Dacia Marini riuscì a conquistare il proprio posto nel panorama letterario. Vinse il Premio Campiello, il Premio Strega, strinse amicizia con i personaggi più importanti del tempo: Elsa Morante, Dario Bellezza, Maria Callas, e soprattutto Pier Paolo Pasolini. E proprio di Pier Paolo Pasolini, Dacia Marini ritorna a parlare nell'anno del centenario dalla sua nascita, quando l'editor Neri Pozza, Roberto Cotroneo, le ha proposto di scrivere una biografia di uno dei poeti più incompresi e al contempo significativi del Novecento.

Quando Roberto Cotroneo mi ha chiesto un libro di memorie su di te, ho detto subito di no. È già stato scritto tanto sui tuoi libri, sulla tua persona, Pier Paolo, e inoltre non volevo aprire la preziosa scatola segreta dei nostri ricordi, per la paura di vederli svanire, ma anche per il pudore di esporli al pubblico. Ma quando per l'ennesima volta sei venuto a trovarmi in un sogno inaspettato, e non sono riuscita a rivolgerti una parola per il tuo improvviso svanire, mi sono detta: forse potrò finalmente parlargli senza l'ansia della fuga. Maraini D., Caro Pier Paolo, Neri Pozza, Milano 2022

Per questo, ciò che prima di tutto va detto di questa nuova pubblicazione firmata Maraini è che Caro Pier Paolo non è una biografia, né un memoir, ma piuttosto una narrazione episodica, un epistolario che nasce dal sogno, e ripercorre gli incontri, i viaggi, le peripezie e i pensieri di Pier Paolo Pasolini. Un carteggio attraversato dalla struggente malinconia per l'assenza dell'amico amato, permeato dal tentativo di comprendere più a fondo, prima ancora di spiegarlo ai lettori e le lettrici, un ragazzo mai cresciuto che aveva ritrovato se stesso nella poesia dei decadenti, dei simbolisti, dell'enfant-prodige Rimbaud – a cui poi si riunirà sotto un triste destino: la precoce scomparsa.


Peccato però che mentre per Arthur Rimbaud la morte arrivò come il punto finale consapevole di un'opera poetica che faceva un tutt'uno con la sua vita, Pier Paolo Pasolini venne ritrovato ucciso brutalmente il 2 novembre del 1975. E sulle cause del suo delitto ancora nessuno si è espresso favorevole a volerle individuare. Ma oggi Dacia Maraini insiste su quanto potrebbe esser facile riaprire il caso con gli strumenti tecnologici odierni, quanto dovrebbe esser rianalizzata tutta quanta la questione sotto una nuova luce, quella della confessione di un Pino (Giuseppe) Pelosi che dopo trent'anni, uscito dal carcere, ammette di non aver ucciso Pier Paolo Pasolini.


Ma allora, chi lo ha ucciso? È stato un delitto politico? Il tentativo di far scomparire una personalità che sempre era stata scomoda, a destra e a sinistra, fin dalle sue prime prove di raccontare la realtà nuda e cruda così come gli appariva?

Mi chiedo se tu abbia capito chi ti stava uccidendo. Avevi davanti il ragazzo Pelosi, il Pino dai capelli folti, detto la Rana. Lo avevi invitato al Biondo Tevere, dopo cena eravate andati insieme a Ostia. Ma da quel momento le cose si confondono. Le parole di Pino si fermano interdette di fronte al tuo silenzio mortale. Pino ha detto che volevi violentarlo e per questo si è rivoltato, ha preso un bastone trovato per terra e ha cominciato a picchiarti [...] Come era possibile che il ragazzo Pino non portasse su di sé nemmeno una goccia di sangue? Eppure non ti aveva ucciso con un colpo di fucile, ma era stata una lotta che dimostrava quanto ti eri difeso. Maraini D., Caro Pier Paolo, Neri Pozza, Milano 2022 (p. 25)

Ma tutta la produzione di Pier Paolo Pasolini, e quella vocazione per un'opera scritta sui poveri e per i poveri, di certo nascevano dalla necessità di denunciare, di testimoniare le ingiustizie che si abbattevano su un mondo rilegato ai margini, tenuto in disparte dai cambiamenti, e anzi, portato allo stremo proprio da quei cambiamenti incorsi con l'avvento del consumismo. Ed è persino quella la base della ricerca che viene compiuta in ogni viaggio che accompagna Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini: l'indagine della natura, di un mondo rimasto affine ai suoi albori, l'Africa, l'Uganda, l'India, di chi non ha ancora individuato nel Denaro il dio supremo di una nuova epoca, fatta di consumi, sprechi, ipocrisia, e soprattutto distruzione.

Come dici, era entrato nella testa della gente che la proprietà e l'uso dei beni fossero il segno che l'umanità progredisce, cresce, si fa matura e consapevole. Ma è un inganno pericoloso, poiché trascura completamente le esigenze profonde, quelle che riguardano i rapporti fra gli esseri umani, i rapporti con la natura, con il tempo, tutte cose che riguardano il mondo dei sentimenti e della coscienza e che non vengono mai soddisfatte dalla sicurezza della proprietà e della comodità del vivere. Maraini D, Caro Pier Paolo, Neri Pozza, Milano 2022 (p. 37)

Pertanto, l'intera opera pasoliniana non può esaurirsi nelle sole ragioni che invece portavano a censurarla: la narrazione poco poetica dell'inenarrabile, la denunciata volgarità presente nei suoi scritti. E in nessun modo la colpa di quelle descrizioni fitte di miseria e ribellione poteva attribuirsi a Pasolini, che di fatto si faceva portavoce della realtà, tale e quale si presentava ai suoi occhi. Anche perché, a quella condizione primitiva, di povertà estrema che implica un maggior contatto con la Terra e la natura, PPP. ne aveva fatto tangibile esperienza. Pasolini amava tutto ciò che era incontaminato, mentre detestava tutto quello che esprimeva «la coercizione di una mano padrona».

La racconti nelle tue poesie, nei tuoi diari. Quando sei arrivato a Roma negli anni Cinquanta e hai preso casa al ghetto, in via Costaguti, e poi a Ponte Mammolo, e insegnavi a Ciampino. Quando non avevi ancora la macchina per spostarti e giravi con la bicicletta o un autobus, sapevi cosa vuol dire dormire in un lettuccio dalle coperte sfilacciate, aspettare ore e ore l'autobus che non arriva, spingersi nella ressa di una folla frettolosa. Mariani D., Caro Pier Paolo, Neri Pozza, Milano 2022 (p. 29)

In Caro Pier Paolo, ampio spazio e ricorrenti richiami si verificano specialmente in funzione di una peculiarità della persona di Pasolini, da cui l'immagine del poeta difficilmente riuscirà mai ad affrancarsi, l'omosessualità.


Vissuta sempre in maniera sfacciata e libera, mai disposto a non esternarla come qualcosa di cui andare fieri, Dacia Maraini ricerca nell'opera di Pasolini, tra i suoi versi e nei ricordi, una passione per i giovani corpi maschili in opposizione a quei corpi di donne, che seppur gli si avvicinassero, allontanava.


Silvana Mauri Otteri, per esempio, «qualcosa di speciale e di diverso da tutto il resto»; l'attrice Laura Betti, la diva soprano Maria Callas, che si era innamorata di lui al punto che sarebbe stata disposta a unirsi in nozze senza contemplare l'unione dei corpi, da cui Pasolini ben si teneva distante.

Purché il sesso rimanesse chiuso fuori dalla porta sacra del tuo corpo. A queste condizioni ti affidavi alla vicinanza femminile che, volere o no, si trasformava, sotto il tuo sguardo allarmato, sempre e per impronta infantile, in un corpo materno. Maraini D, Caro Pier Paolo, Neri Pozza, Milano 2022 (p. 40)

Del rapporto di Pier Paolo Pasolini e sua madre Susanna, di una vocazione smisurata e viscerale, Maraini non poteva non raccontarne: perché è invero un legame che spiega poi molte altre cose circa il pensiero e le posizioni di Pasolini.


«Ogni manifestazione del rapporto con tua madre di toccava talmente in profondità che si aveva l'impressione di ferirti solo ad accennarvi», scrive Dacia Maraini nel ricordare quella volta in cui, durante un viaggio in Africa, Pasolini convinse l'autista a rimettersi in macchina per cinquanta chilometri, per raggiungere un telefono, e scoperto che sua madre accusava un forte mal di testa, aveva fatto ritorno ore e ore dopo, lamentando di esser stato contagiato, per mezzo telefonico. Solo questo fatto, ironico, ma pur certo di una dolcezza quasi commovente, dovrebbe ben spiegare quanto i legami tra Pasolini e la sua amata madre abbiano per tutta la vita orientato le sue scelte, i suoi umori e persino l'integrità della sua opera poetica e letteraria.


Attraverso le parole che Dacia Maraini rivolge al suo amico storico in Caro Pier Paolo, viviamo attraverso la poeticità dei suoi versi in prosa, un ritratto del Novecento che non si esaurisce nel solo racconto della persona di Pier Paolo Pasolini.


Ritornano i nomi che abbiamo amato, gli autori e le autrici che ancora oggi leggiamo, e che tutti i giorni, persone come me, si impegnano a mantenere in vita, affinché non si perdano nel rapido e incauto dimenticare proprio di tutti i tempi. E al contempo, la narrazione dedicata a Pasolini si dimostra un'opportunità per conoscere ed esplorare Dacia Maraini: nel confronto costante che avviene tra i due amici, ora in un breve incontro erotico a cui Dacia si abbandona con lo sguardo durante una vacanza in Africa; ora nelle loro posizioni discordanti sull'aborto, sul diritto alla libertà, su uno stile di vita votato al rispetto degli animali.


Alla fine, ciò che emerge fortissimo da Caro Pier Paolo è anche una rappresentazione di una Dacia Maraini sempre vicina agli umili, ai più deboli, dalla parte degli animali per cui combatte lotte personali e pubbliche, contro una nuova società letteraria che non si riunisce più nei ristoranti e nei bar di Roma, dove in ogni momento era possibile imbattersi in Federico Fellini, Elsa Morante, Bernardo Bertolucci, Alberto Moravia e molti altri. Una società che ormai si incontra solo per grandi eventi, per presentare i propri libri più che per scambiarsi storie, pensieri, esperienze.


Senza temere alcunché, Dacia Maraini alza la voce su temi tanto cari a Pier Paolo Pasolini quanto attuali, poiché come insieme concordavano, la denuncia è qualcosa che spetterà sempre alla voce degli intellettuali.


Caro Pier Paolo, ho in mente una bellissima fotografia di te, solitario come al solito, che cammini, no forse corri, sui dossi di Sabaudia, con il vento che ti fa svolazzare un cappotto leggero sulle gambe. Il volto serio, pensoso, gli occhi accesi. Il tuo corpo esprimeva qualcosa di risoluto e di doloroso. Eri tu, in tutta la tua terribile solitudine e profondità di pensiero. Ecco io ti immagino ora così, in corsa sulle dune di un cielo che non ti è più ostile.