• Aldostefano Marino

Conversazione con William Soares dos Santos, traduttore di Grazia Deledda

È proprio vero che talvolta le cose belle, come quelle brutte purtroppo, non si presentano da sole. È anche il caso di questa conversazione, nata proprio a seguito del successo e dell'interesse che voi lettori avete dimostrato verso Maria Frangoulis, traduttrice in greco di Menzogna e sortilegio e altri preziosi scritti del Novecento.


Le figure dei traduttori sono state sempre professioni a cui guardo con grande interesse: in primis perché è proprio grazie a loro se alcune nostre opere varcano i confini, e in secundis perché ancora grazie a loro, molte opere si fanno strada dall'Estero fino all'Italia. Se osservo al lavoro che Frangoulis e Dos Santos compiono, non posso che essergli riconoscente, poiché molte opere che noi per primi non leggiamo più così spesso, intramontabili classici della letteratura, hanno finalmente possibilità di essere amate anche da chi quelle opere non le ha mai lette.


 

Buongiorno William. Intanto Le rinnovo il mio ringraziamento per aver acconsentito a questa nostra chiacchierata. Le ragioni che mi guidano si collocano dietro il tentativo di offrire uno sguardo per così dire esterno sulla nostra narrativa italiana. Prima di invitarLa a ricordare con noi il Suo incontro con Deledda, – di cui Lei è esperto studioso e tramandatore – ci tengo però che i miei lettori e le mie lettrici conoscano Lei: William Soares dos Santos. Quando si è avvicinato all’universo della traduzione letteraria? Le andrebbe di raccontarci i suoi esordi in questo mondo che ormai frequenta da numerosi anni?

Caro Aldostefano, spero che stia bene. Sono io che devo ringraziarti dalla opportunità di dialogare con un grande lettore come te (spero che mi permetta di darti del tu). Io dovrei cominciare a risponderti dicendo che in Brasile abbiamo avuto diverse ondate di immigranti italiani in distinti momenti storici e sociale e che molte culture italiane sono ancora presenti in differenti maniere nelle famiglie e nelle città brasiliane. Io stesso ho memorie di incontri con culture italiane sin da bambino (dico sempre ai miei amici italiani che ritornare in Italia, per me, è sempre come ritornare un poco a una mia infanzia lontana, il che è vero perché in Italia sento quasi sempre profumi, e sapori della mia infanzia). Io sono dalla città di Rio de Janeiro, ma mia madre nacque in una città dello stato brasiliano dello Espírito Santo chiamata Castelo, dove la presenza italiana è molto forte ancora oggi. Comunque, il mio esordio come lettore di letteratura italiana è iniziato soltanto quando ho deciso di studiare lingua e letteratura italiana alla Università Federale del Rio de Janeiro – UFRJ. Durante il corso ho avuto l’opportunità di studiare più profondamente la letteratura italiana e di tracciare un percorso di approfondimento delle traduzioni dall’italiano realizzate in Brasile, che mi ha destato il desiderio di intraprendere questo percorso. Ma fino a che questo progetto potesse avverarsi ho fatto una lunga strada dopo la laurea, che ha compreso, tra le altre cose, il mio master e il mio dottorato presso un’altra università.

Oggi Lei non è soltanto traduttore letterario bensì anche professore universitario. Credo in realtà che le due professioni abbiano molte più somiglianze di quanto possa sembrare a un primo sguardo. Da una parte, il ruolo di traduttore, ovvero quello di avvicinare il suo Paese, il Brasile, a racconti provenienti da culture distanti dai lettori per cui le traduce; dall’altra, invece, quello di professore, e quindi di mentore, di maestro che avvicina studenti inesperti alla riscoperta della letteratura e della lingua. In entrambi i casi si potrebbe dire che La sua figura possa definirsi in qualche modo di contatto, che mette in comunicazione mondi distanti, anche al fine di dar vita a un confronto che si traduca in un arricchimento, nell’acquisizione di una nuova prospettiva. Trova che l’uno e l’altro mestiere si influenzino anche nella pratica, e non solo invece su un piano teorico? E se sì, in che modo tenta di far convergere questi due mestieri? Può confessarci se Lei preferisce l’uno o l’altro modo per creare legami?

È un fatto che ci sono diversi tipi di traduttori e poiché io insegno agli studenti di un corso di graduazione e di post-laurea, che coinvolgono culture italiane, la mia modalità di approcciarmi alla traduzione è particolare. Nel mio caso, uno dei miei progetti di ricerca è proprio la traduzione della opera di Grazia Deledda. Perciò, ogni traduzione è anche un’indagine che coinvolge lo studio di elementi particolari del testo e per cui io elaboro una postfazione, che altro non è che uno studio su Grazia Deledda e sull’interpretazione della sua opera. Sono conscio che essere professore di italiano e fare traduzione letteraria di opere italiane è una opportunità per mettere in dialogo diverse culture, in questo caso quella brasiliana con quella italiana. In questo senso, penso che uno dei miei doveri sia proprio quello di essere un ponte tra queste culture, permettendogli il continuo dialogo. Per me, questa scelta di vita è una sorta di missione, il mio umile e piccolo contributo al mondo. Per tutto questo, almeno nel mio caso, il professore e il traduttore si confondono. Ovviamente, le istituzioni richiedono routine specifiche per ogni caso e situazione. Ma, nella mia particolare esperienza, in molti momenti, non vedo la separazione tra i due ruoli. Il traduttore è, allo stesso tempo, il professore che cerca di conoscere più profondamente l’oggetto del suo studio. Il professore cerca nel traduttore la forma più adeguata di costruire comprensioni sull’oggetto delle sue ricerche. In ambi i casi cerco di mantenere la mia curiosità e quello spirito di studente che non ho mai perso. Con questo voglio dire che cerco di imparare sempre con ogni traduzione e con ogni ricerca, in un processo senza fine di dialogo con le culture italiane.

Negli ultimi anni le Sue attenzioni si sono rivolte alla narrativa di un’autrice a cui noi italiani non dedichiamo tanto spazio, quella del Premio Nobel Grazia Deledda. Per raccontarla, mi piacerebbe partire proprio dal vostro incontro: che cosa l’ha portata verso la scoperta di quest’autrice dimenticata? È stata Lei ad averla scoperta, o qualcun altro ad avergliela proposta? Le va di raccontarci il Suo personale incontro con la narrativa di Grazia Deledda?

Per dire la verità, il mio primo incontro con Grazia Deledda è accaduto casualmente quando io ero ancora uno studente (più di trent’anni fa) mentre facevo le mie «ricerche» per le librerie della mia città (Rio di Janeiro) in cerca di autori italiani per migliorare il mio italiano (in un’epoca in cui non esisteva Internet come noi la conosciamo oggi). Ho trovato per caso un volume del suo romanzo Il paese del vento in una edizione tascabile. Ho comprato il libro soltanto perché era il più economico e, quindi, più adatto alla mia situazione finanziaria di studente. Quando ho letto Deledda per la prima volta, non sapevo assolutamente niente di lei. In questo senso io l’ho scoperta (o forse lei mi ha scoperto) senza indicazioni esteriori. Dopo aver letto quel libro decisi immediatamente che un giorno l’avrei tradotto. La sua narrativa mi aveva catturato in una maniera puramente emozionale, e di questo non so spiegare il perché. Ma da quel momento in poi ho cercato di approcciarmi sempre più al suo mondo e alla sua letteratura e, fino a questo momento, non mi stanco mai di stupirmi attraverso la forza della sua narrativa. Sono più che convinto che lei meritò la nomina al Premio Nobel e sono più che convinto che lei merita la nostra lettura oggi, e anche in un futuro molto distante. Grazia Deledda, scrivendo sulla Sardegna che lei aveva conosciuto e vissuto, ha avuto la saggezza di essere universale come soltanto altri grandi scrittori sono stati. E oso dire senza nessun dubbio però che, tranne le caratteristiche particolari di ogni grande scrittore o scrittrice del suo tempo (penso a Virginia Woolf, Katherine Mansfield, James Joyce, Pirandello, Gabrielle D’Annunzio, Italo Svevo e altri), lei non dovrebbe giammai essere considerata minore di qualunque di loro. Grazia Deledda è grande. E posso dire questo alla luce dell'analisi delle sue opere, ma se provassimo a condurre un’indagine tra la vita e l’opera scopriremmo che lei è ancora più grande di quanto io possa rappresentarla.

Prima ancora che una scrittrice molto produttiva, Grazia Deledda rappresenta il simbolo di un’indipendenza e di un’emancipazione allora del tutto infrequenti in Italia. C’è un fatto che da sardo mi pare eclatante, ovvero che Grazia Deledda, ancora minorenne e poco istruita, sia riuscita a portarsi ben oltre la Sardegna, terra rinomata per il suo ermetismo e per questa chiusura verso l’esterno – e difatti, in parte, questo suo atteggiamento è stato spesso visto come un voltare spalle alla sua isola natia. Ciò di cui allora veniva accusata Grazia Deledda era che in quanto femmina, avrebbe dovuto pensare più alla casa, a esser moglie, a esser figlia, piuttosto che mettersi in testa di fare la scrittrice, e alla fine, anche questo non è che un tema ricorrente all’interno della sua produzione: eroine forti, che vogliono determinarsi e che si oppongono alla tradizione, si ribellano a ciò che gli altri hanno pensato per loro. Trovo che la potenza di Deledda narratrice si nasconda in buona parte proprio dietro i tentativi che ha dovuto compiere prima di riuscire a giungere verso un riconoscimento generale. Nei testi che accompagnano le opere che Lei ha tradotto per il Brasile, si sofferma anche sull’affinità tra la vita di Deledda e le sue opere? Pensa che oggi sia importante leggere Deledda per le sue posizioni e le sue lotte o più per i libri che ha scritto?

Ci sono molte cose da dire su questa sua lunga e importante domanda. Forse la prima cosa da dire è che, per me, è importante demistificare l'idea che Grazia Deledda era poco istruita. Possiamo dire sì, che formalmente, lei era poco istruita rispetto a persone del nostro tempo, ma altrettanto formalmente lei era più istruita che la devastante maggioranza delle donne e degli uomini del suo tempo. Per dimostrare quello che dico, prendiamo i datti del censimento fatto in Sardegna nel 1848 (appena 23 anni prima della nascita della Deledda). Questo importante documento ci mostra che su 547.102 abitanti soltanto 27.621 sapevano leggere e scrivere: 7.010 sapevano solo leggere e a Nuoro le donne analfabete raggiungevano il 99,18%. Anche senza prove, non sarebbe sbagliato supporre che all’epoca di Deledda questa realtà non era molto differente da quella che si scopre approfondendo la questione. Altro aspetto importante su questo argomento è che Deledda non smise mai di formarsi, non smise mai di studiare, e la sua principale risorsa di formazione era la propria letteratura europea che le arrivava in molteplici vie. Di sicuro, una sorta di formazione importante per lei è stato lo scambio continuo di lettere con intellettuali della Sardegna e del continente. Oggi sappiamo che lo scambio di lettere di Deledda in qualsiasi tempo della sua vita era molto più vasto del normale, specie per una persona del suo tempo. Mentre scriveva, Deledda carteggiava: si trovava sempre in un eterno processo di formazione che ha reso possibile la maturazione intellettuale che poi l’ha trasformata nella grande scrittrice che Deledda è. A mio avviso Deledda non ha mai voltato le sue spalle alla sua isola natia: semplicemente perché non poteva farlo. Anche volendo (e credo che non sia stato questo il caso) lei non avrebbe potuto farlo. La Sardegna è nel sangue e nell’anima di Deledda. La Sardegna è parte fondamentale di quello che ha reso Deledda la grande scrittrice che è diventata. Mi pare che qualunque giudizio in questa direzione sia un errore. Sono inoltre convinto che Deledda possiede una caratteristica universale e, in un certo punto della sua vita questo allontanamento dalla Sardegna le ha dato l'occasione di vedere e capire il suo luogo di nascita attraverso altre prospettive. Per tentare di dare una conclusione (sempre imperfetta) alla sua domanda, penso che la lettura di Deledda continui a essere fondamentale e necessaria e che, almeno a mio avviso, la lettura di Deledda possa essere fatta sia che in rapporto alla sua particolare stesura (lo studio della sua narrativa interna), sia nel confronto del suo testo con la realtà più ampia nel momento della sua produzione, sia con le diverse realtà in cui i suoi lettori e lettrici si trovano oggi, in qualsiasi momento avvenga la lettura. Questo perché la narrativa di Deledda possiede la capacità di parlare all’essere umano in diverse situazioni della sua avventura esistenziale.

Le prime due opere tradotte per Editora Moinhos sono due storie che personalmente ho amato profondamente di Grazia Deledda, Il paese del vento, ed Elias Portolu: quest’ultimo, in verità, l’ho terminato proprio pochi mesi fa. È particolare che soprattutto il personaggio di Elias Portolu incarni un confronto tra l’antico e la modernità, un giovane che torna in Sardegna dopo aver scontato la galera nel Continente, e che per questo guarda al passato con occhi nuovi e critici; confronto che, come dicevo prima, è poi lo stesso che si nasconde alla base del Suo lavoro. C’è una ragione per cui ha deciso di tradurre questi due testi, e per cui invece non ha deciso di partire, per esempio, dall’opera più celebre di Grazia Deledda, Canne al vento?

Come già ho accennato prima, il mio incontro con Il paese del vento è stato casuale ma appassionante. Non potevo non tradurre questa opera di Deledda, poiché la sua lettura ha rappresentato per me un richiamo impellente. Per la traduzione seguente (di Elias Portolu) ho scelto di lavorare con una sua opera meno conosciuta in Brasile, dato che Canne al vento era già stato tradotto. Questo, ovviamente, non esclude che io non tradurrò mai questo suo capolavoro, ma ho scelto, almeno per adesso, di tradurre le sue opere meno conosciute in Brasile. Seguendo questa idea, Elias Portolu è stata una scelta naturale per me, dal momento in cui non era un’opera conosciuta in Brasile, e che riflette un momento importante della produzione deleddiana. Possiamo dire che a partire di Elias Portolu, Deledda cominci a essere più riconosciuta da un grande pubblico e anche da una certa critica. In questa opera lei affronta una tematica difficile e, forse a causa anche di questo, la sua maturazione narrativa è più sofisticata e i personaggi costruiti sono molto rilevanti rispetto al messaggio che il romanzo intende dare. Nella mia postfazione del libro ho accennato che il personaggio Elias, in una certa maniera, dal suo atteggiamento carico di dubbi, assomigli molto a quello del Principe della Danimarca dell’Amleto di William Shakespeare e che la forza di Maddalena, la sua capacità di sapere quello che vuole e anche di agire per soddisfare la propria ricerca di piacere, fa di lei un personaggio grandioso paragonata anche ad altri personaggi di diversi romanzi del periodo. Trattasi di un personaggio che va oltre il suo tempo, una donna che, pur intrappolata in un ambiente estremamente limitante (soprattutto per le donne), lotta alla ricerca del suo amore, per la sua felicità e per il diritto di avere il figlio al fianco del suo vero padre. Elias è un personaggio interessante perché in un mondo di uomini forti, è pieno di debolezza. Anche in questo punto Grazia Deledda è stata grandiosa, perché ha scelto di fare un ritratto di un uomo senza la forza che il mondo patriarcale del suo tempo (ma anche del nostro) richiedeva. Accanto ai personaggi principali, Deledda ce ne regala altri non meno splendidi. Tra di essi, vorrei soffermarmi sulla figura di zio Martinu. Un incrocio tra un bandito, un pastore e un eremita: uno dei personaggi più interessanti del romanzo perché, sebbene viva la maggior parte del tempo isolato dagli altri, sembra di essere più consapevole di tutti di ciò che accade nella comunità e, persino, di ciò che accade nell’anima delle persone. È toccante seguire il viaggio di questo grande personaggio deleddiano, che dà a Elias consigli più profondi e argomenti più coerenti di quelli che qualsiasi sacerdote avrebbe potuto offrirgli. Elias, però, non possiede la maturità di condurre la sua vita alla felicità e così, come nell’Amleto, la tragedia domina la scena del romanzo di Deledda.

In Italia, Grazia Deledda non ha di sicuro il riconoscimento che meriterebbe. Nel senso che la sua sorte non può dirsi la stessa rispetto a quella capitata a molti altri autori e autrici a lei contemporanei, come Elsa Morante, Alberto Moravia o Cesare Pavese, che seppur vengono letti in maniera sporadica, almeno, più di qualche editore si fa carico di ristamparli, mentre alcune opere di Deledda risultano del tutto introvabili. Pensa che ci sia una ragione in questa scelta? Ritiene che le opere di Deledda siano meno valide di quelle di altri suoi colleghi, oppure a che cosa riconduce questo imperdonabile ammanco nelle librerie?

Ovviamente, l’opera di Deledda non è meno valida di uno qualunque dei suoi colleghi. Ma questa questione è molto complessa perché il suo non riconoscimento come sarebbe ideale a una scrittrice del suo spessore (dobbiamo tener conto che i suoi sono lettori appassionati e la riconoscono e la portano sempre nel cuore) non è dovuto soltanto a una esclusiva ragione ma a diversi motivi, e dunque una risposta in una unica direzione non risolverebbe la problematica. Ma ti offrirò oggi appena tre line guida di riflessioni: possiamo incominciare a tracciare una comprensione del fenomeno considerando che dal principio l’opera di Deledda è stata oggetto di invidia, di attacco e di diffamazione soprattutto da parte di intellettuali e scrittori maschili che vedevano nella sua opera una minaccia alle loro carriere. Non farò cenno qui ad attacchi sofferti da tale e quale scrittore o scrittrice (per ora ho risolto lasciare tacere i morti coinvolti in queste azioni negative con le loro invidie e ingiustizie), ma è innegabile che questi attacchi, che si trasformano in azioni di cancellamento (che non è un fenomeno esclusivo dei nostri tempi delle reti sociali sul internet) hanno il suo effetto negativo anche attraverso il tempo. La seconda linea di ragionamento è da sviluppare con la difficoltà di inserire l’opera deleddiana in un movimento letterario specifico. Quella che considero una delle sue maggiori potenzialità, è la capacità di non essersi intrappolata in uno o altro movimento; alcuni lettori e critici vedono questa condizione, tristemente, come un difetto e invece di cercare di capirla più profondamente, la mettono da parte. La terza linea (ma non l'ultima, ripeto) che ti offro oggi per provare a riflettere su questo fenomeno è che, semplicemente, i teorici e lettori sofisticati italiani leggono male l’opera di Deledda. La leggono con pregiudizi e riduzionismi. Ho avuto questa nitida impressione quando, una volta, scambiando qualche parola con uno studioso italiano che si diceva dantologo (e veramente stava compilando una tesi sul Sommo Poeta), ho ricevuto da parte sua un cattivo giudizio su Deledda. A un certo punto della nostra conversazione, quando provai a cambiare l’argomento per parlargli di Deledda, mi disse semplicemente che la sua si trattava di una letteratura meramente regionale. Quell’eloquente dantologo, insomma, mi ha dato prova di non aver letto Deledda (o di averla letto molto male), oppure di mettersi a ripetere ciò che lui aveva sentito, molto probabilmente di passaggio, da qualcuno che, a sua volta, si professava esperto di letteratura italiana del Novecento, ma che in fondo non conosceva le opere di Deledda al punto di poterne tracciarne il giusto giudizio. La cosa buona è che, visitando la Sardegna, io ho potuto percepire un movimento di professori e lettori che incominciano, in modo significativo, a studiare più profondamente e con impegno la letteratura di Deledda, anche al fine di cambiare queste storte percezioni e pregiudizi. Mi auguro che questa situazione possa essere cambiata in un futuro non tanto distante, ma so che occorre lavoro e dedicazione, come con tutto nella vita.

Bisogna però ringraziarLa sicuramente se fuori dall’Italia, testi come La città del vento riescono ancora oggi a divenire l’oggetto di premi come il Jabuti de Literatura (2020), una delle onorificenze letterarie più prestigiose del Brasile. E a tal proposito, mi viene immediato domandarLe qual è la percezione che i lettori e le lettrici del suo Paese hanno di Grazia Deledda. I suoi libri sono facilmente accessibili, o anche in Brasile circolano tra pochi amanti del genere? In quale modo vengono recepiti?

È stata una bella sorpresa vedere la mia traduzione nominata tra i cinque finalisti del Prêmio Jabutidell’anno 2020 nella categoria di traduzione. Però non abbiamo vinto il primo posto quella volta. Non ho ricevuto né il denaro, né la desideratissima statuetta del jabuti (una piccola tartaruga). Dico questo con il buon umore, ovviamente. Soprattutto perché, se consideriamo che ci sono decine (talvolta centinaia) di concorrenti al premio per anno e che il romanzo della Deledda era la unica traduzione dall’italiano, posso considerare la nomina tra i cinque finalisti almeno una sorta di premio personale, risultato di un lungo percorso di lavoro. La mia percezione è che la Deledda piano piano sarà scoperta dai lettori e dalle lettrici del Brasile. È un lavoro da fare, per il quale occorrono impegno e dedicazione, sia da parte dei professori e traduttori, sia dalla parte delle case editrici e degli agenti di divulgazione. È a causa di questo che non mi nego mai a parlare di Deledda, di portare il suo nome e la sua letteratura a chiunque e a dovunque. Non sono un esperto di mercato editoriale, ma la Moinhos è considerata in Brasile una piccola casa editrice e così affronta i problemi di distribuzione di una azienda della sua misura. La soluzione più comune è quella di offrire i loro libri su internet. La cosa interessante è che le traduzioni si possono incontrare nella forma cartacea e nella forma digitale, il che può ampliare il numero di lettori. Ma è sempre un lavoro difficile quello della divulgazione e della vendita di libri.

So che di recente ha avuto la possibilità di visitare la Sardegna, in cerca proprio delle tracce di Grazia Deledda. Sono felice di questo, anche perché sono convinto che fare esperienza diretta dei luoghi in cui l’autrice ha ambientato la stragrande maggioranza della sua produzione, sia utile a comprenderla più a fondo, soprattutto per la singolarità dei luoghi che racconta. Ho la sensazione che molti dei posti e delle situazioni che racconta Deledda, alcune zone più rappresentative della Sardegna, non siano cambiate molto d’allora. C’è stato qualcosa, durante questo soggiorno che Le ha permesso di avvicinarsi all’autrice maggiormente? Ha ritrovato la Sardegna raccontata nelle pagine di Deledda? Che cosa le ha lasciato questa terra accogliente e affascinante?

Io, da molto tempo, volevo conoscere la Sardegna e soprattutto Nuoro, paese natale di Deledda, però era sempre molto difficile a causa, innazittutto, per gli sforzi finanziari che dovevo compiere per recarmi in Sardegna. Dobbiamo tener conto che non sia facile per me viaggiare dal Brasile. I biglietti sono più cari, le distanze più lontane e d’altro canto sono uno che vive soprattutto del proprio stipendio da professore, che in paesi di terzo mondo (o emergenti, come li vogliono chiamare) è sempre inferiore rispetto a quelli di altri colleghi europei, o americani. Ma questa volta ho avuto l’aiuto importante di due persone molto care, che vorrei ringraziare molto: la mia amica Mariarosaria di Simone, Ricercatrice della Università Federico II e il Dottor Marco Mulas, dall’ISRE - Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna. Loro si sono scambiati messaggi e hanno combinato un percorso che potesse essere realizzabile per me. Con il loro aiuto ho potuto fare questo viaggio per la prima volta. Il Dott. Marco Mulas mi ha generosamente aperto le porte di diversi e preziosi patrimoni culturali sardi (Museo del Costume, Museo Casa di Grazia Deledda e Biblioteca dell’ISRE), affinché io potessi approfondire alcuni aspetti importanti, di tipo contestuale, del testo di Grazia Deledda. Sono anche stato ricevuto da persone che studiano la Deledda seriamente, il che mi ha dato un immenso piacere. Ma più che una visita di lavoro e di studio, a me è stata, soprattutto, una visita sentimentale. Ho potuto sentire la forza della presenza dell’Ortobene nella città di Nuoro e capire un poco meglio l’energia della natura evocata da Deledda nelle sue opere. Ho potuto entrare nella sua antica dimora e chiacchierare con alcuni dei suoi personaggi, attorno al suo focolare, scenario di diversi romanzi deleddiani. Ho potuto prestare le mie riverenze alla sua memoria nella Chiesa della Solitudine, luogo di riposo delle sue spoglie mortali e ho potuto, anche se in molto limitato, percorrere le strade guardando in faccia un popolo che lei conosceva tanto bene, al punto di immortalarli nelle sue opere. Ovviamente, ho un desiderio profondo di ritornare in Sardegna e di rimanervi più tempo di sicuro, rispetto ai brevi tre giorni in cui ho avuto l’opportunità di soggiornare nella città e ampliare la mia conoscenza degli scenari e dei modi di vivere del popolo sardo. Spero di poter ritornare a breve.

I racconti di Grazia Deledda non sono intrisi solo degli aspetti più esteriori della Sardegna – della campagna, dei panorami e della sconfinata natura sarda – ma sono anche pregni di leggende, tradizioni gastronomiche e culturali, miti, modi di dire e di vivere, propri e comuni solo alla Sardegna. Ha trovato difficoltà a rendere giustizia in brasiliano (e poi in portoghese) a tutto quel parterre di inflessioni linguistiche, ma soprattutto a tutto quel mondo fatto di magia e religione di cui Deledda si è fatta massima esploratrice e narratrice? Ha dovuto approfondirle in altre vie? C’è una leggenda o un modo di fare che l’ha colpita particolarmente?


Come ti ho detto prima, ancora ho molto da imparare sulla letteratura di Deledda e questo è una delle mie motivazioni. C’è un famoso poema, intitolato Itaca, di Konstantinos Kavafis che dice: «Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze.» La letteratura di Deledda, oggi, è una delle mie Itache e per raggiungerla, in qualche modo, voglio compiere il miglior percorso possibile. Non intendo arrivare frettolosamente a un punto specifico, voglio una strada lunga e piena di amici e di avventure. A proposito delle difficoltà del tradurre, voglio dire anzitutto che non mi considero un teorico della traduzione. Questo non vuole dire lasciare la ricerca e lo studio e partire per un confronto diretto e pericoloso con il testo. Piuttosto, al contrario, il mio approccio è sempre circolare, nella misura in cui cerco di rilevarne delle particolarità e sempre tenendo a mente lo schema generale del testo a cui lavoro. Ovviamente, la mia lotta vuole rendere giustizia al testo di Deledda e promuovere la possibilità al pubblico lettore di portoghese (in Brasile noi non diciamo ancora lingua brasiliana, ma sempre portoghese) di stare vicino al suo mondo; poi, se in fondo riesca veramente a farlo è tutta un’altra cosa. Lascio ai lettori decidere questo. Ma se avrò fallito, la colpa sarà sempre tutta mia, mai del testo grandioso di Deledda. Di alcuni racconti, di cui mi è rimasta una bellissima impressione, nello specifico Il mago e Ancora magie, presentano direttamente questo mondo misterioso della Sardegna a cui fai riferimento, dove la religione cattolica si confonde con le stregonerie di un mondo molto antico, molte volte precristiano. Nei suoi racconti (oppure novelle) possiamo incontrare con molta chiarezza la Deledda ricercatrice della antropologia e della sociologa della Sardegna, quella che scrisse Tradizioni Popolari di Nuoro. E, giustamente, una delle bellezze dei suoi racconti è che lei utilizzi tutta la sua piena conoscenza del mondo sardo proprio per compiere quest’operazione. Il risultato è la più alta stregoneria di una scrittrice che opera la sua arte in modo che vita e letteratura si mescolino e si confondano per il fascino e l’illuminazione dei suoi lettori.

Grazie alla Casa delle Traduzioni, ha avuto la possibilità di tradurre in Italia il prossimo testo che pubblicherà di Deledda in Brasile (La via del male, possiamo dirlo?). Roma è stata per Grazia Deledda il luogo in cui le sue ambizioni hanno trovato maggiore sviluppo. Dopo l’unione con Palmiro Madesani e il trasferimento a Cagliari, l’arrivo nella Capitale ha significato per Deledda l’adesione a una società letteraria che fino ad allora l’aveva esclusa. Per me Roma è un luogo di scambio, di incontro, e mi piacerebbe nel salutarLa, domandarLe che cosa ne pensa Lei di questa città. Come ha l’ha trovata? Qual è l’idea che si è fatto? C’era mai stato prima?

In verità, prima di allora, ci sono stato altre tre volte. Però, prima di questa esperienza, Roma aveva sempre rappresentato per me un luogo di transito, mai un punto di arrivo. Dopo aver vissuto nella città un mese, ho avuto l’occasione di scoprire un’altra città, una città infinita, ossia una città che, allo stesso tempo, è piena di vitalità, ma molto difficile di rivelarsi. Penso che Roma sia una città che vivendo cent’anni uno avrà sempre cose nuove (e talvolta inaspettate) da scoprire. Non posso dire che conosco Roma, soprattutto perché non ho avuto esperienza dei romani e se uno non conosce le persone che vivono in un luogo, non può dire che conosca del tutto quel luogo. Questa volta i miei contatti erano i personali della Casa delle Traduzioni. Comunque, devo dire che, veramente, sono molto grato per questa opportunità, senza la quale non avrei potuto vivere Roma attraverso i altri sguardi. Questa volta ho persino avuto la occasione di conoscere meglio la sua geografia (negli ultimi giorni quasi non utilizzavo più l’applicazione di Google Maps per muovermi), ma è ancora una città da scoprire per me. In Italia ho amici a Napoli. Non potrò mai andare in Italia senza fermarmi a Napoli, che è un altro mondo. L’ultima volta sono stato anche invitato per fare una visita accademica breve alla Università Federico II, quel che mi ha dato molto piacere e ne approfitto la opportunità per ringraziare ai miei amici a Napoli che hanno reso possibile questa visita. A proposito del trasferimento di Deledda a Roma, come ho già accennato sopra, mi pare che possa dirsi un movimento fondamentale nella proiezione della sua carriera perché, profondamente impregnata dallo spirito sardo, era necessario che lei trovasse un punto geografico centrale, l’incontro di mille vie e direzione, come è Roma, per far arrivare la sua letteratura, e con essa la sua percezione dell’essere umano ovunque. Ovviamente, c’è anche la questione esperienziale, poiché a Roma Deledda poté non soltanto vedere il mondo sardo con gli occhi della distanza, ma ha persino potuto incontrarsi e imbattersi in differenti intellettuali e scrittori, con diversi modi di esistere e di pensareC’è molto da dire sulla vita di Deledda a Roma, ma, per ora, mi limito a dirti che attraverso i suoi carteggi, fin da quando approdò nella città cuput mundi, raggiunse un nuovo universo di lettori e di adesioni (ma anche di sfide e di detrattori) da parte di differenti gruppi sociali. A Roma, Deledda colse un universo umano più ampio, da poter affrescare nelle sue storie. Prendiamo, per esempio, il caso del romanzo Dopo il divorzio del 1902, uno dei suoi successi. In quelle pagine, Deledda ha avuto la saggezza di cogliere le discussioni sul tema del divorzio che si dibatteva allora a Roma durante il governo di Giolitti. Lo scenario del romanzo è la Sardegna, ma la tematica era molto più presente a Roma in quello momento. Questo indica che, molto probabilmente, soltanto a Roma lei avrebbe potuto cogliere di persona e sulla propria strada la divisione sociale sul tema, e trasformarlo in un romanzo di successo (su questo argomento è importante dire che oggi molti di noi sono ignari del fatto che Deledda era bestseller nel suo tempo. Non a caso, la scrittrice sarda provocava l’invidia di tanti scrittori che oggi noi ricordiamo come importanti della letteratura italiana del suo tempo, ma che allora non riuscivano, o riuscivano a mala pena, a vivere dalla vendita dei loro libri). Per quanto concerne la traduzione sulla quale ho lavorato a Roma, è stata, giustamente, quella della Via del male. Possiamo dirlo, ma forse, sarebbe meglio approfondirlo quando avremo il libro stampato tra le mani. Questo perché la traduzione è finita, ma devo ancora fare numerose revisioni. Altre due ragioni sono sicuramente che il libro merita un’altra chiacchierata a parte, tutta dedicata a esso, e perché il contratto finale con l’editore non è stato ancora firmato e, così, molte cose possono cambiare. Grazie mille per avermi ricevuto e per questo nostro dialogo. Spero, sinceramente, che sempre più persone si interessino all’opera di Grazia Deledda. La considero, veramente, un tesoro della Italia offerto al mondo. Un tesoro da scoprire e da sfruttarlo. Grazie di cuore.

Grazie a te, William. Per questi nostri incontri e per tutto il lavoro che fai.