Conversazione in Sicilia, E. Vittorini
Conversazione in Sicilia, E. Vittorini

Conversazione in Sicilia, E. Vittorini

Elio Vittorini è stato scrittore, giornalista, traduttore e curatore editoriale. Ma non si può dire che l’autore di Conversazione in Sicilia, e di molti altri fortunati racconti, non abbia svolto ognuna di queste occupazioni con dignità e costanza.

Di origini siciliane, Vittorini nacque da un padre che per lavoro faceva il ferroviere: con lui e suo fratello, numerosi furono i viaggi in giro per la Sicilia. E non a caso, il tema del viaggio, sarà un tema ricorrente negli scritti dello scrittore di Siracusa.

La sua infanzia, nota per le svariate fughe che egli compì da casa, fu accompagnata da studi di ragioneria, svolti meccanicamente e senza interesse; a fargli battere il cuore, invece, fin dal principio furono i libri. Letture compiute da autodidatta, perlopiù, soprattutto libri di simbolisti, e di Proust, di Kant, Bergson e molti altri.

La sua prima pubblicazione avvenne nel 1926, e si trattava di una lettera inviata a Curzio Malaparte. Una lettera politica in cui Vittorini spiegava il suo punto di vista; la sua indolenza nei confronti dei privilegi borghesi, e l’ideale di costituire un nuovo stato di stampo socialista.

Da allora, la scrittura, per Vittorini, diventa pratica frequente. Anche la vita sembra incoraggiarlo verso quel destino: dal 1926, la famiglia Vittorini condividerà l’appartamento con la famiglia Quasimodo – proprio quella di uno dei poeti maggiori del secondo Novecento italiano. Essendo il padre di Salvatore Quasimodo anche egli ferroviere, tra le stanze del loro nuovo appartamento nacque l’amicizia tra Elio Vittorini e Salvatore Quasimodo. Vittorini si sposerà con la sorella di Quasimodo, Rosa Maria, ma sarà un matrimonio che non andrà a buon fine, poiché i due si lasceranno agli inizi degli anni Cinquanta.

In seguito al trasferimento di Vittorini nel Friuli Venezia Giulia, egli prese incarico presso una ditta di costruzioni stradali, dove aveva l’impiego di addetto ai pagamenti.

E nel Friuli nacque anche il primo figlio, Giusto Curzio, il cui nome è un omaggio al direttore del quindicinale La conquista dello Stato. Questo soggiorno, però, non durò oltre i due anni, perché subito Vittorini tornò a Siracusa, e a distanza cominciò a collaborare con la celebre rivista letteraria, Solaria. La collaborazione fu lunga e proficua, ma non abbastanza; almeno finché egli non lasciò la rivista per dirigere il proprio sguardo sulla Nazione, un quotidiano di un certo prestigio – e forse il più importante di Firenze. È quello il momento anche per stringere un’altra amicizia, quella con Mario Praz, che lo avvicinerà al lavoro del traduttore.

Di quegli anni furono le prime pubblicazioni di Vittorini che ricordiamo tutt’oggi: Sardegna come un’infanzia (1936), per esempio, un testo concepito durante una crociera letteraria, organizzata per premiare il miglior diario di viaggio; premio che Vittorini vinse ex aequo con Virgilio Lilli.

Attestato inizialmente sulle posizioni della cosiddetta sinistra autoritaria, Vittorini fu un ferreo antifascista, e partecipò alla Resistenza. Per un certo periodo egli fu persino direttore dell’edizione milanese dell’organo comunista, L’Unità. Ma l’importanza e la convinzione delle proprie idee avrebbe avuto modo di affermarle con convinzione all’interno di quel giornale che fondò lui stesso: il Politecnico.

Tuttavia arriverà anche la sua rottura con il Partito Comunista, nel momento in cui, con l’arrivo di Togliatti egli entrerà in collisione per idee e vedute, soprattutto in tema di libertà.

Ma la sua collaborazione meglio ricordata fu di sicuro quella con la casa editrice Einaudi.

Chiamato dallo stesso Luigi Einaudi a dirigere una nuova collana, quella dei Gettoni, Vittorini compì scelte fondamentali per l’editoria. Selezionò Beppe Fenoglio, Italo Calvino, ma rifiutò anche Tomasi da Lampedusa e il suo Gattopardo. Collaborò poi anche con Mondadori, presso cui gli era stato affidato l’incarico di dirigere la collana Medusa, una delle più importanti del tempo.

Infine, morì di cancro nel 1965, dopo due anni di malattia; dopo esser stato sottoposto a un intervento e aver tentato di sopravvivere con qualsiasi mezzo.

Conversazione in Sicilia non è il titolo più conosciuto di Vittorini. Inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista La Letteratura, l’editore Parenti lo fece stampare nel 1941.

Eppure, proprio Conversazione in Sicilia è un romanzo che porta dentro di sé tutti i temi che tornano e si riavvolgono all’interno dell’opera vittoriniana. Conversazione in Sicilia è dunque, prima di tutto un romanzo. Non ci venisse in mente, come Vittorini stesso deve aver temuto, che quel racconto lo riguardi da vicino.

Ad evitare equivoci o fraintendimenti avverto che, come il protagonista di questa Conversazione non è autobiografico, così la Sicilia che lo inquadra e accompagna è solo per avventura Sicilia; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia.

vittorini e., conversazione in sicilia, bompiani, milano 2021 (p. 197)

Ci mette in guardia, Vittorini: «Guardate che io sono nato e cresciuto in Sicilia, ma questa non è la mia storia» sembra dirci. Eppure, quella storia, ha tanto di Vittorini quanto di Sicilia.

Non è tanto la storia che si consuma ad appartenergli, giustamente, quanto quei luoghi dominati dal verde, dai frutti maturi, dall’arsura di un caldo che non si spegne mai. Ma ad appartenergli è anche il sentimento provato dal protagonista di Conversazione in Sicilia, l’io narrante del romanzo. Un io narrante confuso, nostalgico e legato al passato, che nel proprio pensare sembra sempre assorto in una dimensione onirica, astratta.

Silvestro, venuto a sapere dal padre di aver abbandonato la madre per un’altra donna, decide di far ritorno a Siracusa nel giorno del suo onomastico.

Non si vedono oramai da quindici anni ed è deciso a farle una sorpresa. Quindici sono anche gli anni che Silvestro ha abbandonato la propria cosa per andare a vivere nell’Alta Italia. Senza alcun preavviso, come se la cose gli fosse del tutto indifferente, Silvestro decide così di mettersi in viaggio e parte in treno.

Il suo viaggio, difatti comincia proprio dalla Stazione di Bologna. E da lì, quel treno su cui si sposta, attraversa tutta quanta l’Italia. A brani si interessa a ciò che scorre fuori dal finestrino, poi si perde tra i racconti e le parole delle persone che incontra durante il suo tragitto, finché, arrivato davanti al portone della casa di sua madre comincia un altro viaggio.

È il viaggio di sua madre, Concezione, che Silvestro accompagna in una sua giornata qualunque: quello di una donna che, lasciata sola dal marito, si rimbocca le maniche e ricomincia dall’inizio – che se in una famiglia è l’uomo ad andarsene, alla donna tocca reinventarsi. Concezione veste i panni di un’infermiera, e di portone in portone, con questo figlio ritornato, somministra iniezioni a chi ne ha bisogno.

Tutti i personaggi che si incontrano in Conversazione in Sicilia diventano tessere di un puzzle, che solo nella sua totalità lascia spazio a un’interpretazione.

Interpretazione che invero non è mai una soltanto, poiché niente è chiaro nel lungo itinerario compiuto da Silvestro e sua madre. Sono quegli incontri che gli permettono di riscoprire il luogo in cui è nato: un luogo che appare sì come prima, ma che nel suo essere sempre uguale, dà sfoggio di cose che sono cambiate. Dettagli, fronzoli di poco conto, ma pur sempre mutazioni.

E insieme ai personaggi fatti di carta e ossa, ci sono gli odori, quello del mosto nelle case padronali; quello di miseria nelle abitazioni dei poveri; c’è l’odore della frutta fresca, delle arance, dei fichidindia e delle aringhe; c’è l’odore del vento, e quello del sole, e delle sconfinate campagne libere. E in ognuno di questi incontri sensoriali, il lettore riconosce i personaggi della narrazione.

Tuttavia, Conversazione in Sicilia è un manifesto politico, un manifesto che meglio esplicita il modo in cui Vittorini partecipa al mondo, fornendogli il proprio impegno etico e civile. Poiché quella Sicilia, metafora del mondo dei meno fortunati, lontana dalla modernità, è la terra desolata degli oppressi dal mondo. Una terra fatta di persone che esistono ma che mai sono state ricordate – soprattutto in quel periodo in cui era immersa l’Italia e il mondo tutto –, insieme a molti altri luoghi del Sud; mentre il resto del mondo avanzava, e quegli abitanti venivano lasciati oppressi e abbandonati ai propri destini. Un po’ come quei viaggiatori che Silvestro incontra sul treno: Con Baffi e Senza Baffi sono in effetti due nuovi borghesi, due poliziotti in servizio al Nord che vengono guardati da tutti i viaggiatori con occhio critico. E perché vengono contestati? Non forse per il loro vivo disinteresse nei confronti degli umili, dei poveri che sono rimasti poveri e che li circondano nel loro viaggio?

Conversazione in Sicilia è molto più che un romanzo; procede a passo ritmato, come se fosse composto da pagine e pagine di poesia, mentre invece sono in prosa.

Eppure, la cadenza visionaria, la ripetizione di termini e concetti, il continuo affermare-negare, rendono quel viaggio qualcosa che si avvicina al sogno.

Ed è questo il dilemma davanti a cui, il lettore si ritrova, giunto alla fine, e ancora curioso di sapere come andrà a finire. È stato un viaggio vero? Oppure un viaggio, altrettanto vero, ma non fisico, compiuto nei meandri della memoria di Silvestro? È allora che l’invito di Vittorini diviene un imperativo: non importa tanto dove, ma l’importante è andare quando se ne se sente il bisogno.

E allo stesso tempo, Conversazione in Sicilia parla chiaro: la memoria è l’unica cosa in grado di tenere intatti i nostri ricordi; e in un mondo in cui tutto è portato a evolversi, e a cambiare, ci si accorge di essere soli e di potersi consolare solo con le carezze che la memoria e i ricordi talvolta ci concedono.