• Aldostefano Marino

I cani e i lupi, Irène Némirovsky

Per gli amanti e le amanti di Irène Némirovsky e dei suoi romanzi giudaici, I cani e i lupi non suonerà certamente come una novità; semmai, invece, potrebbe essere immediatamente riconosciuto come uno dei titoli più celebri dell'autrice ebrea – la più a lungo dimenticata ma forse, anche, la più talentosa di sempre.


Pubblicato in Francia nel 1940, I cani e i lupi è l'ultimo romanzo dato alle stampe da Iréne Némirovsky: già questa prima informazione non dovrebbe stupirvi se si conoscono – seppur solo superficialmente – i trascorsi e l'ingiusto passato dell'autrice.


Solo due anni dopo la pubblicazione, infatti, Némirovsky sarebbe stata catturata (il 16 luglio 1942) e trasferita ad Auschwitz, il più grande complesso di sterminio messo a punto dal nazismo per la purificazione della razza. Lì, in quel luogo di solitudine e ingiustizie, Némirovsky avrebbe perso la vita per tifo e sarebbe stata privata per sempre di un auspicato ricongiungimento con le sue figlie.


Saranno poi proprio quelle figlie, Denise Epstein ed Elisabeth Gille, a concederle il successo che meritava. Vicenda abbastanza nota e spesso raccontata, che ha permesso al nome di Irène Némirovsky di spingersi oltre i temuti limiti di quella valigia, dove per anni e anni era rimasto depositato un romanzo incompleto: quello più direttamente storico e infine amato dai lettori di Irène Némirovsky: Suite Francese.


Tra le duecento pagine di Cani e lupi, edite in Italia dall'editore Adelphi, emergono ancora – e forse ancora più forti che mai – i luoghi preferiti dall'autrice.


Una preferenza che si esprime a partire dall'ambientazione d'esordio del romanzo, proprio nei luoghi in cui Irène Némirovsky ha vissuto e da dove la storia narrata prende il via. Ci troviamo nel ghetto ebraico di Kiev, infatti, luogo in cui la stessa Némirovsky trascorse la propria infanzia. In quel ghetto che in tutta la sua povertà si delinea a partire dalle differenze che intercorrono tra lo stile di vita della parte bassa e quello della parte alta della città.


La parte alta, abitata dagli ebrei più ricchi, così assorti e assorte nelle proprie ricchezze e lussi, da arrivare quasi a ignorare ciò che accade alla gente povera; la parte bassa, invece, popolata da personaggi che lavorano sodo, e che nonostante la fatica, l'impegno e il lavoro, sono per sempre condannati a esser considerati la parte marcia di un ricco popolo – persino da quegli abitanti altolocati che per forza di cose sono partiti dal basso.


Oltre ai luoghi fisici, però, ci sono anche quelli che queste persone abitano costantemente; al di là dei loro lavori e delle grette stanze in cui tutte le notti si ritirano a riposare, prima di procedere a vivere una giornata che non tarda ad arrivare, identica a quella precedente e, in partenza, a quella successiva.


Sono i luoghi del sacrificio, della solitudine e della sofferenza; della truffa e dell'inganno, utilizzati come arma per fronteggiare la povertà. Ma sono anche i luoghi della solidarietà, della comprensione, della famiglia: poiché è nella parte bassa della città che mai si manca al patto del sangue, alle origini comunitarie, dove il 1914 esplode nella sua totale aggressività e cattiveria, e tutti e tutte cercano e tentano di darsi una mano, a costo di rimetterci la propria pelle.


La protagonista di Cani e i lupi è una giovane bambina, non solo nell'aspetto, ma specialmente nel suo modo di pensare, nelle sue ambizioni, in quell'attitudine di sottostimare il pericolo, propria dell'infanzia. Attitudine che, tuttavia, Ada non perderà nemmeno sul finire del romanzo, quando ormai la giovinezza non è più che carburante dei propri ricordi - su cui ormai avrà costruito il presente.


È Ada Sinner, una bambina di appena sette anni che individua nelle arti, nella pittura e nella creatività, l'unico modo per intenerire le proprie disgrazie. Vive con il nonno materno acciaccato, e un padre volenteroso che, nel ricordo doloroso della perdita della moglie, continua a colpevolizzarsi per la consistenza che l'assenza della madre ha assunto nella quotidianità della piccola Ada.


Forte è il senso di colpa per la vita solitaria che sua figlia ha trascorso fino ad allora, che tenta di arricchire portandola con sé al lavoro, nonostante la scelta comporti un evidente rallentamento nella velocità propria degli affari – l'unica forza su cui reggono i tre membri di una famiglia, diremmo oggi, niente affatto tradizionale.


La sera bevevano il tè tutti insieme, stretti sul divano di pelle dell'angusta sala da pranzo; un bicchiere dopo l'altro di tè forte e bollente, che accompagnavano con una fettina di limone, sgranocchiando zollette di zucchero, finché Ada non si addormentava seduta. Némirovsky I., I cani e i lupi, Adelphi, Torino 2008 (p. 20)

Solo l'arrivo a Kiev della zia Raida e dei suoi due figli, Lilla e Ben, pare promettente.


Ada potrà smettere di accompagnare suo padre nelle trasferte di lavoro per scampare alla solitudine, e qualcuno potrà finalmente prendersi cura di lei e della sua educazione. Tuttavia, nonostante Raida si impegni a dimostrarsi affabile e amorevole nei confronti della nipote, il suo non è che un atteggiamento di facciata, affinché suo genero non si accorga della severità con cui è solita rivolgersi alla piccola Sinner.


Se per Lilla, infatti, un futuro brillante è stato scritto in funzione delle ambizioni di sua madre, nei confronti di Ada e Ben, la zia Raida non orienta altro che fastidi e male parole. Se per la prima, Raida sogna un futuro da ballerina, da palcoscenico e riverenze, e una vita indipendente, affrancata da un marito; per Ada, l'unico possibile è quello che la vede vicino a un uomo ricco, qualcuno che possa risollevarla dalla triste sorte in cui è capitata: e chi, dunque, meglio di Harry Sinner, giovanissimo ereditario ebreo che abita nella parte alta della città, sarebbe in grado di trarla in salvo?


Inoltre, la zia Raida nutriva nei riguardi della figlia le ambizioni più stravaganti. Non le bastava che trovasse un buon marito! No! Che se lo tenessero le altre! Lilla... Un destino ben diverso attendeva Lilla. Sarebbe diventata attrice o ballerina... O cantante d'opera. Era così docile, così malleabile... La madre avrebbe potuto plasmarla a suo piacimento. Da Ada non c'era da aspettarsi granché!... Ora taciturna, ora insolente e testarda, era sempre fra le nuvole, quella bambina... E comunque lei non intendeva certo preoccuparsi della nipote. Doveva darsi già abbastanza da fare per i suoi figli [...]. Ma quando la zia Raisa diceva: «I figli... I miei figli...» in realtà aveva in mente soltanto Lilla. Némirovsky I., I cani e i lupi, Adelphi, Torino 2008 (p. 45)

Durante uno dei Pogrom che sconvolgono il ghetto, la crudezza e la rapidità della fuga conducono Ben e Ada proprio nella parte alta della città, al cospetto della sontuosa villa dove dimorano i ricchi della famiglia Sinner.


Intimati durante una notte di paura e rumore a nascondersi all'interno di un baule in soffitta, Ben e Ada trovano il coraggio di scappare solamente nel momento in cui gli spari e le urla smettono di giungere sotto il coperchio del loro nascondiglio. Lilla è messa in salvo presso l'abitazione di una sua compagna di classe, laddove, nel tragitto compiuto per arrivarvi, Ben e Ada incappano in una battaglia corpo a corpo, prima di raggiungere la parte alta della città – e lì i rumori, il sangue e il dolore assumono i contorni e lo sfarzo di una grossa festa, a cui gli ebrei più poveri non sono invitati.


E quella fuga dal terrore diviene lo snodo cruciale, quello da cui la storia di Ada, protagonista indiscussa di Cani e i lupi, si avvia in un climax crescente di tensioni e illusioni. Perché in quel momento, quando anche la paura diviene così acuta da confondere i pericoli con le speranze, suonare al campanello dei Sinner diventa per i due l'unica possibilità di salvezza.


I cani e i lupi non può essere digerito come una qualsiasi storia di attesa e amore: esso non è soltanto questo.


I cani e i lupi è sicuramente la storia di una bambina infelice e sola che, da quel momento e fino all'ultimo dei propri giorni, idealizzerà una possibilità d'amore con suo cugino Harry; ma è anche e soprattutto la trasposizione implicita di una convinzione che oggi stesso, proprio adesso mentre scrivo questo pezzo, troneggia tra le mie convinzioni più assolute: nessuna ambizione è più vana di chi crede che col solo impegno si possa abbandonare la povertà a favore della ricchezza.


È in quell'incontro con suo cugino – di cui Ada per tutta la vita ricorderà solamente i begli occhi, dimenticando invece le offese, gli sguardi miserabili e preoccupati – che appare evidente il messaggio dell'ultima opera di Iréne Nèmirovsky: che da un lato può nascondersi sì, nella sua lettura più esterna, nella convinzione che il supporto delle altre persone e delle loro attenzioni siano in grado di metter fine a qualsiasi male; ma che a guardarlo meglio, forse, non esplicita che una realtà più alta, e più vera: per quanto l'essere umano si affatichi a cercare unioni e coalizioni, alla fine, non gli resta che mettersi in salvo da solo – che sia lupo o che sia cane! E l'unica cosa, forse, che può aiutarlo, a quel punto, è il denaro che è riuscito a salvare dal logorio e le esigenze dei tempi.