• Aldostefano Marino

La bastarda, Violette Leduc

La bastarda. Ecco che questo titolo – tanto evocativo rispetto all'opera che avrebbe contenuto, altrettanto rispetto a chi l'avrebbe narrata – sarebbe stato in grado di rivelarsi perfetto per offrire al grande pubblico di allora e di ora, finalmente, la poesia e insieme il dolore della sua autrice: Violette Leduc.


Un'autrice che «non fa quel che si fa, ma quel che si farà», come avrà da dire su di lei, il suo critico e biografo più affezionato, Jean Cocteau.


Un'autrice che, tuttavia, dovrà attendere la pubblicazione della sua ultima opera per riuscire a incontrare le conferme, i complimenti unanime e le attenzioni dei suoi contemporanei – attenzioni di cui sempre andò in cerca nella propria vita.


La bastarda è un'opera autobiografica che intende raccontare la giovinezza, gli studi, gli amori specialmente, e le ambizioni di Violette Leduc. Una Violette Leduc acerba, ma non per questo meno adulta: nata anziana, invecchiata dal dolore che l'ha generata.


Pubblicato dalla casa editrice francese Gallimard sul finire del 1964, La bastarda compì la propria irruzione nel mondo letterario, presentandosi a tutte e tutti come un'opera interprete di un grande cambiamento. Pagine ricche di poesia, di piroette e danze letterarie, e specialmente, di coraggio. Coraggio di voler narrare l'inarrabile: l'irruenza del sesso, la passione dei corpi, il dolore della separazione e il conforto dell'unione.


Quando La bastarda fu pubblicato, Leduc scriveva ormai da vent'anni, ma ciononostante, il suo nome trovava supporto solamente tra scrittori e scrittrici della società letteraria francese. Il successo non l'aveva mai attirata, si potrebbe dire, ma il calore umano, l'apprezzamento altrui, divenivano per lei momento di conferme, conferme di cui a lungo è andata in cerca; fin da quando è nata, in una piccola stanza affittata da sua madre, e pagata al suo stesso padre – che mai la riconoscerà, ma che con la sua scomparsa per sempre saprà restarle accanto. Come uno spettro, un uomo che non ha mai incontrato ma di cui saprà riconoscere in sé influssi e influenze.


Per l'eternità. Come una condanna, una persecuzione, ma soprattutto una colpa.


Poiché proprio dalla colpa viene al mondo Violette Leduc: dall'unione di una cameriera e del rampollo della famiglia altoborghese presso cui lavora per mantenersi.


Colpe che erediterà da sua madre, e che si porterà dentro per tutta la vita. La colpa di un padre che si ammala di tubercolosi; la colpa di assomigliargli e alimentarne il ricordo; la colpa di essere troppo brutta, troppo piccola, troppo noiosa. La colpa di avere una salute fragile, di poter ereditare il male che si è portato con sé suo padre. La colpa di essere amata, e quindi inevitabilmente, di arrecare a chi la ama troppo dolore.


E forse questa è anche la colpa più grande di Violette Leduc: così attratta dall'irraggiungibile è destinata a cercare sempre altro, anche quando quell'irraggiungibile le si presenterà arrivatile, ottenibile, e infine raggiunto. Sempre troppo in cerca di compagnie, ma poi schiva, troppo irascibile, troppo gelosa, troppo solitaria e stufa della compagnia, troppo attaccata all'irrealtà delle cose.

Tuttavia ha bisogno di amare. Le occorre qualcuno cui dedicare i propri slanci, le proprie tristezze ed entusiasmi. L'ideale sarebbe di votarsi a un essere che non la ingombrasse con la sua presenza, al quale possa dare tutto senza farsi prendere niente. De Beauvoir S., Prefazione alla Bastarda, Neri Pozza, 2021 (p. 9)

Troppo è forse l'aggettivo che calza meglio addosso a Violette Leduc, e che Jean-Paul Sartre le attribuirà all'interno della sua autobiografia, Le parole.


Troppo incompresa, troppo amata, troppo ingenua per comprendere dove andranno a finire le storie che le riempiono il cervello. In primis il suo amore giovanile, quello che incontra nell'ultimo collegio da cui poi sarà cacciata, l'amore per Isabelle – di cui in seguito si farà narratrice in Revages, dove il primo capitolo verrà sacrificato per ottenere il consenso alla pubblicazione, ma che sarà poi riproposto, a distanza di qualche anno dal successo della Bastarda, e della scomparsa di Leduc, in un nuovo volume, Thérèse e Isabelle.


Un amore forte, che si libbra oltre i comandi e le imposizioni delle sorveglianti del collegio; che si nasconde tra le lenzuola e i primi sangue della maturità, dietro la paura che l'estate arrivi presto, e che di nuovo debba ritrovarsi con sua madre e quel patrigno.


Un amore di un'intimità fino ad allora poco esplorata, per niente conosciuta. Un amore omosessuale che diventerà per Violette Leduc l'iniziazione a un mondo popolato soprattutto di donne, perché di tutte le cose di cui la sua memoria non si impregna, dell'insegnamento infantile che sua madre le ha fatto, non potrà mai scordarsene.

Gli uomini erano tutti dei porci, dei senza cuore. Mentre faceva queste affermazioni, mi fissava con tanta intensità che finivo per chiedermi se ero un uomo o no. Non uno che compensasse gli altri. Abusare di te, ecco il loro scopo. Leduc V., La bastarda, Neri Pozza 2021 (p. 49)

È sua madre, Berthe, a metterla in guardia sugli uomini. Fanno schifo, non ti fidar di loro, le insegnerà a ripetere. E Violette, che di quella madre tanto odiata sarà pur sempre totalmente sua, saprà apprenderne la lezione più grande. Nonostante, per tutta la vita, non abbia fatto altro che fuggire davanti a lei, con i suoi uomini e amanti, e persino fuggire da lei.


Violette Leduc fu amica di pochissimi uomini, ma due tra tutti furono quelli fondamentali per riconoscersi. Il primo, Gabriel, un fotografo omosessuale con cui finirà per sposarsi; il secondo, l'autore Maurice Sachs, che la convincerà a scrivere.


Gabriel (Jacques Mercier) è il primo uomo a cui Leduc è disposta ad aprirsi. Si conoscono in un cinema, si prendono, si lasciano, si ritrovano, infine si sposano. Un matrimonio sui generis tra due personalità nevrotiche, ipersensibili e al contempo nevrotiche. Un matrimonio che troverà fine quando Violette si causerà un aborto pericolosissimo, davanti a cui metterà in bilico la propria vita.


Nel frattempo, Violette ha una relazione con una donna, la stessa donna, l'insegnante di piano per cui si è innamorata in collegio – la stessa insegnante che poi, scoperte insieme nel dormitorio, sarà cacciata; ancora lei, con cui andrà a vivere, Hermine (Denise), donna, insegnante, amica, confidente. La stessa donna, Hermine, per cui dovrà soffrire l'ennesimo abbandono.


Ma sarà Sachs a darle le chiavi per riconoscersi: un amore casto, puro, per niente carnale, che si consuma di sole idee, ispirazioni, una convivenza nelle campagne francesi per sfuggire al nazismo, e poi ore e ore a raccontarsi l'infanzia. Molti e infiniti racconti, tanto che, a un certo punto, è Sachs a proporle un'alternativa al suo continuo chiacchierare: «Non le piacerebbe scrivere? Non le piacerebbe vedere il suo nome stampato in testa, in calce a un testo?».


Ma Violette no. Non si sente in grado di stare al mondo. Figuriamoci di raccontare la propria vita, i propri dolori, la sua infanzia. A chi dovrebbe interessare? E infatti, con L'Asfissia, sua opera d'esordio, fortemente esaltata da Simone de Beauvoir, Leduc non arriverà a tutti, ma a quelli che arriverà, di sicuro, riuscirà a imporsi come una scrittrice di talento. Una voce fuori dal coro. Una sincerità e un'audacia mai incontrati prima in una donna che scrive, che non risparmia i dettagli, nemmeno quelli più ombrosi.


Dopo Sachs, è il momento di Simone de Beauvoir.


L'incontro tra la scrittrice e Violette Leduc avviene due anni prima che le due si incontrino e si conoscano realmente, nella stanza del migliore amico di Maurice Sachs.


Lessi il nome di Simone de Beauvoir, e poi il titolo: L'invitata. Una donna aveva scritto quel libro. Lo rimisi al suo posto. Mi sentivo in pace con me stessa. Leduc V., La bastarda, Neri Pozza, Milano 2021 (p. 589)

Unicamente quell'incontro – e non quello in cui Violette si trova davanti a un libro di Simone – sarà in grado di far innamorare Violette della più femminista tra le scrittrici del Novecento, Simone de Beauvoir. L'amore la travolge, ancora una volta si fa ossessione, e Leduc non ha mai paura di gridare i propri sentimenti. Tuttavia, a quelle dichiarazioni d'amore, Simone reagisce con distacco, non le interessa; quella passione per de Beauvoir non è che «un miraggio». Lo sarà sempre. Anche quando Violette dedicherà a lei un'opera, dove non si azzarderà mai a chiamarla per nome, ma dove invece non esiterà a definirsi Affamata del suo amore.


Mentre Leduc perde la testa per la persona di Simone de Beauvoir, quest'ultima perde la testa per la sua scrittura. Per la forza che domina il suo stile, per l'eleganza formale e per la spietata sincerità con cui si appresta a narrare la propria epopea. Per questo Simone de Beauvoir rinuncia al suo amore, che non le appartiene, ma non rinuncia a starle vicino mentre scrive, quando pubblica e la censura si batte sulle pagine di Leduc. Non rinuncia a mantenerla finché non diviene celebre, a pagare le sue stanze d'albergo, i viaggi, le lunghe vacanze.


E ancora de Beauvoir è colei che le suggerisce di mettersi a scrivere una autobiografia che possa esser narrata cronologicamente; e sempre lei, oltre a scriverne la prefazione e a divenirne in trampolino, le suggerirà il titolo dell'opera che avrebbe finalmente imposto Violette Leduc all'interno panorama editoriale, La bastarda.


Ma La bastarda è molto più che un memoriale. È la vita che si fa romanzo, un'occasione tramite cui Violette Leduc può perdonare il suo passato. E nel perdonarsi, condannarsi per sempre a non esser più dimenticata.


La bastarda si ferma al momento in cui l'autrice ha finito il racconto di questa infanzia che racconta anche all'invio del libro. Così il cerchio è chiuso. L'insuccesso nel rapporto con gli altri è giunto a questa forma privilegiata di comunicazione: l'opera d'arte. Vorrei essere riuscita a convincere il lettore ad entrarci: vi troverà molto più di quanto io non gli abbia promesso. De Beauvoir S., Prefazione alla Bastarda, Neri Pozza 2021 (p. 19)

La Bastarda nel raccontarci la vita di una grande femminista, di una donna oltre la morale e i costumi comuni, ci immerge nell'arte, nella musica, nella filosofia e nella letteratura. Per questo va considerata un'opera a tutto tondo: a partire dalle vocazioni di Violette, dalla sue ambizioni, il lettore non può che sentirsi trasportato in un mondo dove è investito dai suoni, dai colori dell'arte, dall'immancabile poeticità di cui è pregna la scrittura di Leduc.


Ogni cosa, per Leduc, merita di essere narrata. Tanto una persona che passeggia per la strada, quanto il volo di un uccello che plana su un albero, i colori della sera, del giorno e della natura. La forza prorompente dei sentimenti – anche di quelli più negativi, meno narrabili – si offre in uno stile unico e ricercato, tipico di coloro che in qualsiasi cosa notino sanno percepire l'arte tra le maglie del reale.