• Aldostefano Marino

Una vita violenta, Pier Paolo Pasolini

Per il centenario dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, grazie all'editore Garzanti, sono di nuovo disponibili in libreria le copie anastatiche delle prime edizioni di Una vita violenta e Ragazzi di vita. Insieme a Petrolio, sono opere significative per la fama dell'autore di origini bolognesi, poiché dentro di esse si palesano i temi cari a Pasolini: quello della povertà, delle borgate romane, di una fetta di individui completamente dimenticati, rilegati ai margini, e di un'ingiusta separazione in cui sempre vivono divisi gli umili dai ricchi.


Potrebbe essere opportuno precisarvi che cosa s'intenda per copia anastatica, ovverosia la riproduzione fedele, pari pari all'originale, di opere difficilmente reperibili. Un'operazione, certamente, compiuta per ragioni commerciali, ma che invero insiste nel voler riportare in vita le opere di un autore bistrattato, odiato, incompreso, la cui morte è ancora oggi un mistero. Tuttavia, come Dacia Maraini - storica amica e ammiratrice di uno dei maggiori geni della letteratura italiana di tutti i tempi - ha dichiarato da Fazio a Che tempo che fa?, se in vita Pasolini era stato poco compreso e spesso disprezzato, oggi è un autore letto e amato dai giovani.


Ed è proprio per questo che l'operazione di Garzanti è lodevole sotto tutti i punti di vista: poiché si fa carico di mantenere viva la parola di Pier Paolo, che pure a distanza di tempo continua a raccontar qualcosa di un passato non troppo lontano, e di un presente spesso ignorato.


Una vita violenta fu concepito come il proseguo ideale di Ragazzi di vita.


Pasolini cominciò a scriverlo nel 1955, ma sarà pubblicato solo nel 1959, dopo un'attenta revisione dell'editore, che intendeva andar cauto davanti alle possibilità di censura verso cui andavano incontro (si consideri che con Ragazzi di vita, Pasolini, unitamente all'editore Aldo Garzanti, venne processato in tribunale per «contenuto pornografico e osceno»). E seppure poi l'opera sarà rimessa in circolazione in seguito all'assoluzione dei due e alla testimonianza di personaggi più amati di lui, quali Giuseppe Ungaretti e Carlo Bo, la considerazione dell'autore non cambiò poi più di tanto presso i suoi tempi.


Ma se per una vita intera Pasolini non ha fatto altro che raccogliere disapprovazioni e asti, le persone che frequentava nella sua intimità (tra cui lo scrittore Alberto Moravia, l'autrice Elsa Morante, la cantante lirica Maria Callas e molti altri) lo hanno sempre descritto come un'anima sì tormentata, ma nel profondo, sensibile: una personalità attenta ai più sfortunati, che sognava un ricongiungimento con la natura e con una vera essenza dell'essere umano ormai preclusa; che spaziò dalla letteratura alla poesia, fino al cinema, sempre intento a vivere tutto ciò che la vita aveva da offrirgli.


Una vita violenta segue le orme del tredicenne Tommaso Puzzilli, una vita squallida, e appunto violenta. E mentre guida il lettore per le sue peripezie, Pasolini si fa carico di raccontare di un momento storico fondamentale per il nostro Paese: un paese allora distrutto, senza speranze, ma volenteroso di rimettersi in piedi presto.


La vicenda prende il via e si sviluppa nelle periferie romane, alla vigilia del secondo dopoguerra. Prima le capanne di quella che veniva chiamata la Piccola Shangai, poi Pietralata, le case popolari INAI, il quartiere Tiburtino, Ponte Mammolo e Rebibbia. Luoghi in cui hanno sempre vissuto persone che certo non avrebbero potuto vivere altrove.


Tommasino è un giovane senza ambizioni, che non ha voglia di lavorare e che passa il tempo in giro, a traversare le borgate in cerca di qualcosa che lo impegni. Ma suo non è tanto il rifiuto a condurre una vita normale, quanto la sorte da cui non può sottrarsi, che gli è capitata alla nascita.


Alle spalle Roma, dunque, non quella trionfale che oggi visitiamo, ma quella più povera, più vicina alla natura e alla miseria.


Furti, prostituzione, aggressioni: la giovinezza pasoliniana è un susseguirsi di violenza e ingiustizie: in primis quelle che Tommasino e i suoi compagni amorali subiscono in quanto ai margini di una società che ha altro a cui pensare; e per secondo, le ingiustizie che dalla miseria originano, dando vita ad altra miseria, altri dolori.


Cresciuto in mezzo alla povertà, il ragazzo di vita non dà alcuna importanza alla sua famiglia: quasi mai rientra a casa, preferisce gli amici, una famigliola di mascalzoni con cui si riversa a ciondolare sulle strade, in cerca di qualcuno da fregare, da deridere, da far fesso per racimolare qualche soldo e trascorrere un po' d'ore nei locali, a bere, a fumare e a fare i bagordi.


Non è un caso che proprio durante quegli anni di scrittura, Pasolini si trasferisca nella borgate romane con sua madre, ragione per cui Una vita violenta si fa cronaca attendibile del modo in cui trascorrevano i pomeriggi e le notti questi giovani romani delle borgate. Il linguaggio è difatti estremamente realista, un romanaccio stretto che non si limita a riprodurre i dialoghi dei protagonisti ma attraverso cui, persino il narratore, esterno ma onnisciente, offre la storia al lettore. Una storia priva di un vero e proprio intreccio, che procede lenta, come le vita dei personaggi che la abitano, ma che si fa carico di raccontare la parabola del giovane Tommasino fino al raggiungimento dei suoi diciannove anni e di un desiderio e di una voglia di poter vivere una vita normale, o come direbbe lui, di sistemarsi.


Il punto di partenza per il desiderio di un riscatto è l'incontro tra Tommasino e la giovane Irene.


La conoscenza di Irene porta Tommasino a vagheggiare una vita migliore: vorrebbe trovarsi un lavoro, una casa, presentarsi ai genitori della ragazza e chiedere la sua mano. Tuttavia quel desiderio dovrà presto essere rimandato, poiché per un'aggressione che culmina in un omicidio ai danni di un benzinaio, Tommaso trascorre in carcere due anni.


Di questi anni, Pasolini non racconta niente al lettore: ma affida invece, direttamente a chi legge, la possibilità di scorgere l'evoluzione che Tommasino compie, nel momento in cui, uscito di galera, egli va a cercare prima il prete e poi Irene, perché è deciso a cambiare vita. Decide di abbracciare il comunismo e di iscriversi al Partito, poiché quella gli sembra la via migliore da seguire. Ma non è solo una strada scelta per la semplicità di percorrerla (semplicità che peraltro non sussiste) è piuttosto il tentativo di cambiare, di migliorarsi come individuo, fino a tentare di salvare una donna da un nubifragio che si abbatte su Pietralata.


Eppure, nonostante le sue buone volontà e i propositi, Tommasino non potrà avere il riscatto che tanto spera, perché la malattia, la tubercolosi, come un destino avverso che gli rema contro, lo pone davanti alla consapevolezza dolorosa di non arrivarvi, poiché quel divario tra ricchi e poveri non potrà mai estinguersi una volta per tutte. Ché chi nasce nella miseria, non potrà sempre che rimanervi invischiato.


Una vita violenta è un romanzo forte e senza speranza, che lascia addosso un senso di smarrimento, un'inquietudine pesante da cui per il lettore non è facile sottrarsi. La narrazione di Una vita violenta si sofferma sui dettagli superflui, attraverso descrizioni meticolose e incontinenti, tramite l'utilizzo di un lingua, di modi di dire violenti e stereotipati, che a qualsiasi lettore o lettrice contemporanei a questi tempi – in cui ci si impegna tanto a scegliere i termini giusti per non urtare la sensibilità di nessuno – suonerebbero inopportuni se ritrovati in un'opera di questi giorni. Ma il lessico, l'asprezza di alcuni appellativi oggi ritenuti particolarmente offesivi, non possono che apparire dovuti, poiché nei suoi romanzi, come nelle sue opere cinematografiche, Pasolini sempre si è fatto scrupolo di rappresentare una realtà di miseria che perderebbe di consistenza e verità nel momento stesso in cui Pasolini omettesse questo o quell'altro termine, propri della realtà che intendeva rappresentare, per scopi sicuramente elevati, ma in antitesi con le sue intime intenzioni artistiche.


Seguendo le vicende dei personaggi, il lettore viene come catapultato negli inferi di una società che non si cura dei disgraziati, di una cerchia che vede persino nell'assegnazione di un'abitazione popolare un lusso, e che con le unghie e con i denti si aggrappa a una vita senza scampo. Una vita violenta.